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“Nella scorsa settimana, durante una lezione sulle criticità ambientali del Pianeta, ho esposto ai miei studenti l’argomento “suolo”, cioè ho parlato di quella parte della crosta terrestre che, secondo uno spessore diverso, da pochi centimetri a qualche metro, consente agli esseri umani, da sempre e laddove le condizioni climatiche lo permettano, di produrre il cibo necessario al loro sostentamento quotidiano.
Desidero riproporre qui alcune riflessioni che mi sono sembrate utili per comprendere il nostro rapporto vitale con la terra.
Il suolo è un corpo naturale, tridimensionale, di ampia estensione, ma di limitato spessore, che ricopre la parte superiore della superficie terrestre. Si colloca fra la litosfera, l’atmosfera e la biosfera e deriva dall’alterazione delle rocce (substrato) sotto l’influenza di un determinato clima e per l’azione degli organismi viventi, in una data posizione morfologica, per un tempo più o meno lungo.
Fin dall’inizio del processo di industrializzazione la percentuale di addetti alle attività rurali costituiva la quota più consistente degli occupati, poi venivano gli artigiani, gli artisti, i militari, i fannulloni, gli scansafatiche, i politici e quelli che oggi chiameremmo gli intellettuali.
Siccome da sempre sono proprio gli intellettuali a generare i modelli culturali e quindi a stabilire i criteri per valutare ciò che è positivo o negativo, ciò che è spirituale e ciò che invece è banalmente materiale, ciò che è dignitoso e ciò che è immondo, da sempre la terra, il suolo, l’humus sono stati considerati materia, materia sporca, elemento calpestabile, da sottomettere ai piedi, anche se per ragioni ovvie.
Conseguentemente, tutti coloro che hanno rapporto diretto con la terra sono considerati umili (humus/terra), senz’altro utili, ma da tenere a distanza perché sporchi, indecenti, cosparsi in varia misura di frammenti di suolo, di odori sgradevoli, di comportamenti non urbani, gente da circoscrivere nella “riserva” dei campi, insieme ai loro animali, da considerare non adatta a frequentare i salotti e tantomeno il pulsare della vita culturale e imprenditoriale della realtà urbana.
I secoli ci hanno trasmesso questa “volgare” concezione dell’uomo dei campi o del pastore o di coloro che, attraverso fatiche immani, sciolgono le zolle maleodoranti della terra, per poi seminarle e ricavarne dei frutti.
Oggi, la maggior parte di coloro che vivono nelle aree urbane europee e nordamericane, che quindi non si occupa di agricoltura, forse, non ha mai toccato la terra come materia fisica, se non talvolta, munita di guanti di gomma, per mettere a dimora un piantina ornamentale in un vaso.
L’idea che permane nel mondo dei saggi è quella di un rifiuto sistematico del contatto diretto con la terra, non certamente con la natura, ma specificamente con l’humus, con la parte biologicamente attiva, con tutto ciò che la caratterizza a livello chimico, fisico, strutturale.
Eppure noi ci alimentiamo solo e soltanto con i prodotti della terra, con le risorse che qualcuno pazientemente coltiva e fa arrivare quotidianamente sulle nostre tavole. C’è un intermediario che provvede ad eliminare il rapporto diretto con la terra: si chiama supermercato e la chiave di accesso è un banale pezzo di plastica, molto pulito e inodore, che si chiama carta di credito.
I processi di lavorazione del suolo continuano, con macchine sempre più sofisticate e con tecnologie d’avanguardia. Si pensi, ad esempio, al sistema “no till” delle grandi estensioni americane, una pratica rivoluzionaria che modifica l’antica tradizione di rivoltare il terreno prima di seminare, tracciando un solco di appena 4 o 5 centimetri di larghezza, per non alterare gli equilibri del suolo e ridurre il suo degrado. Di queste problematiche, il mondo che conta, politici, imprenditori, intellettuali e fannulloni, non ne vuole sapere: conta solo ciò che è possibile acquistare nei negozi, piccoli o grandi che siano.
Tutto concorre ad una dimenticanza profonda, sempre più radicata, della consistenza strutturale di quella porzione di terra aderente alla roccia madre, su cui tutto si deposita e si riversa “sine cura” , dai liquami ai fitofarmaci ai rifiuti, ma da cui, necessariamente, ci alimentiamo ogni giorno.
La perdita del contatto con la terra ha conseguenze pesanti nella storia dell’umanità e della natura: le giovani generazioni non si sognano, nemmeno nei momenti di turbamento psicologico o di anoressia intellettuale, di occuparsi del suolo, ma tutti premono nei confronti dell’Università, delle imprese, delle attività del settore terziario e quaternario, tutto fuorché sporcarsi le mani o vivere la fatica e la solitudine dei campi o il rapporto con gli animali della fattoria.
Dentro questa vicenda, qui solo accennata, esistono un’infinità di eventi drammatici e dolorosi, come le emigrazioni da una terra all’altra, le guerre per la conquista di spazi alternativi, la fame dei popoli che non sanno, non possono o sono impediti dalle condizioni climatiche a coltivare la terra, la terra che perde silenziosamente fertilità e diventa desertificata, o il luogo del riposo degli antenati, il luogo della sacralità della vita e della morte.
Può essere che il mondo dei benpensanti abbia perso qualcosa di fondamentale dietro l’angolo?”
Per aiutare la Fondazione Banco Alimentare Onlus ad aiutare le popolazioni colpite dal terremoto, i privati possono fare una donazione in denaro, mentre non sarà possibile accettare donazioni in generi. Le aziende alimentari potranno invece donare direttamente anche cibo.
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