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Foto pubblicata da giorgiodurante
"Un Papa solitario, un Papa anti-moderno, un Papa che non è più seguito nemmeno dai cattolici: più i giorni passano e più i giornali cercano di dipingere e confermare la figura di un Benedetto XVI lontano dal mondo e dalla Chiesa. D’altronde si sa: quando si decide che una persona non è bene accetta nel giro della grande opinione pubblica, per lui non c’è più speranza.
Giampaolo Pansa questo lo sa. Lui che non è certo tacciabile di clericalismo, e che nemmeno condivide molte delle cose che il Papa dice, consoce però alla perfezione questo clima da pubblica accusa nei confronti di chi non si allinea al pensiero generale, alla vulgata dominante intorno a certi argomenti. E non esita a ravvisare, nei confronti di Ratzinger, questo stesso atteggiamento.
Pansa, c’è dunque secondo lei il rischio di un generale diffondersi di un “pensiero unico”, soprattutto nei giornali, corredato da un catalogo precostituito di simpatici e antipatici (tra cui questo Papa)?
Questo rischio c’è sempre, non solo nei confronti del Papa.
Se poi parliamo in particolare dei giornali italiani è una cosa che avviene normalmente, perché i nostri quotidiani sono animati da una faziosità che è sempre più stupefacente. E non sto parlando dei giornali di partito, bensì dei giornali che dovrebbero essere di informazione, i quali invece prima del dovere di informare sentono un altro dovere, sbagliato e intossicato, che è quello di esprimere sempre opinioni, dicendo chi è buono e chi è cattivo, chi è bello e chi è brutto.
E sul Papa in particolare che atteggiamento c’è secondo lei?
Per quanto riguarda il Papa naturalmente siamo tutti un po’ influenzati dalle ultime polemiche su quanto egli ha detto in Africa, a proposito della diffusione dell’Aids e dell’utilità o meno dell’uso del preservativo. Io, che pure non ho nessuna esperienza in tema di medicina e di Aids, penso che comunque l’uso del preservativo sia utile. Certo non è la soluzione del problema, e prova ne è il fatto che l’Aids non sia stato sconfitto: non ci sarebbe nulla di più facile che diffondere preservativi in quantità enormi in tutto il mondo, e se bastasse quello l’Aids non ci sarebbe più. Invece questo male c’è ancora, non solo in paesi poveri come quelli africani, ma anche in quelli evoluti come quelli occidentali. Quindi di certo il preservativo non basta.
E Ratzinger, in realtà, non ha detto una cosa molto diversa da questa. Ma allora le chiedo: perché tante reazioni così scomposte nei suoi confronti?
Perché è una persona franca, che parla con chiarezza.
Ogni Papa, come anche ogni capo di Stato (anche se qui stiamo parlando di un personaggio che ha molto più peso in quanto capo della Chiesa cattolica, che va oltre le nazioni e in più coinvolge la vita delle persone e le tocca nel profondo, negli atteggiamenti e nei comportamenti) il Papa, dicevo, ha una propria personalità, diversa da quella di tutti gli altri Papi.
A me, confesso, la franchezza di Ratzinger piace, seppure spesso io non condivida le sue conclusioni. È meglio avere un pontefice che parla chiaro che uno troppo cauto nel manifestare il proprio pensiero.
Proprio per questo motivo, non mi stupisco che poi susciti delle reazioni. E mi sembra anche giusto che succeda; in fondo basta aspettare che passi il momento della polemica più aspra. Anche i cattolici devono evitare di scandalizzarsi, dicendo che il Papa è stato offeso: eviterei di parlare della cosa in questo modo.
Quindi è positivo che nascano polemiche…
Diciamo che il fatto di parlare con chiarezza, e quindi di suscitare polemiche per quello che dice, è una cosa che fa sicuramente onore a Benedetto XVI. Io personalmente sono abituato a suscitare polemiche, con i miei libri. Ma è meglio suscitare polemiche che indifferenza. E questo per chi pensa che il Papa sia una personalità utile al mondo (usiamo pure questi termini pure un po’ banali) dovrebbe essere un fatto positivo.
In realtà l’aggettivo “utile” è molto pertinente: significa che vale la pena per tutti ascoltare quello che dice, anche per i laici?
Certo, e guai se non fosse così. Un vero laico non può che guardare con attenzione quello che dice Benedetto XVI; poi può condividere o non condividere. Ma il laico che si infastidisce perché il Papa esprime la sua posizione, diventa un personaggio ridicolo. Anzi, semplicemente non è più un laico.
Torniamo ai giornali: perché è così difficile parlare di quello che accade, e si punta tutto su opinioni e interpretazioni?
Io penso che i giornalisti dovrebbero innanzitutto raccontare ai loro lettori quello che succede. E poi, se i lettori lo desiderano, fornire un commento.
Invece in tante testate italiane si è capovolto questo principio: prima si commenta, e poi, se resta spazio, si dice quello che è successo. È una malattia terribile, anche se una malattia vecchia. Io ho scritto due libri su questo: nel ’77 “Comprati e venduti”, e poi nell’86 “Carte false”: ebbene, da allora ad oggi la situazione è enormemente peggiorata. Poi, più i giornali sono grandi e più si sentono obbligati ad essere i portatori di una bandiera politica. Il caso più evidente è quello di Repubblica.
Che non a caso è il giornale che ha condotto e conduce più di ogni altro la polemica sul Papa…
Ha spiegato bene la cosa, in un editoriale sul Riformista, Andrea Romano, il quale ha parlato della «pedagogia autoritaria» che questo giornale cerca di operare. In fondo è l’unico vero giornale di partito che è rimasto in Italia. Ma forse non si rendono conto che, continuando ad esporre questo “pensiero unico”, poi alla fine i lettori si stancano. Non a caso, come ho visto di recente nelle statistiche per altro pubblicata dall’Unità, Repubblica è il giornale che perde di più, anno dopo anno. I lettori, in fondo, si stancano di vedere la vignetta di Elle Kappa che nei giorni pari è contro Berlusconi, e nei giorni dispari contro il Papa.
Alzano il tono della polemica faziosa per avere più lettori, e invece li perdono?
C’è una cosa anche peggiore di questa, che si vede ancora nelle critiche fatte a Benedetto XVI sulla questione dell’Aids, e cioè che c’è una sorta di concetto superbo del proprio mestiere. Non è solo la ricerca del clamore per attrarre lettori – che poi, appunto, non serve – ma è un’idea sbagliata del proprio mestiere per cui ci si concepisce come i “superman” dell’opinione pubblica italiana. Non per nulla, ora che in particolare l’opinione pubblica di sinistra è molto acciaccata e non sa più come riprendersi, si rifugiano allora nel dire che non esiste più un’opinione pubblica in Italia. Invece non è assolutamente così: una delle cose positive di questo Paese, nonostante tutto, è che ci sono molte opinioni pubbliche. Quindi, in conclusione, io sono per un giornalismo diverso: energico, coraggioso, ma che sappia distinguere le proprie opinioni da quello che accade nella realtà.
(Rossano Salini) © Copyright Il Sussidiario, 26 marzo 2009
"Ora vado da solo, discepoli miei! Anche voi andatevene da soli! Così io voglio.
Andate via da me e guardatevi da Zarathustra! Ancora meglio: vergognatevi di lui! Forse vi ha ingannato.
L'uomo della conoscenza non soltanto deve sapere amare i suoi nemici, ma deve anche saper odiare i suoi amici.
Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona?
Voi mi venerate, ma che avverrà, se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci!
Voi dite di credere a Zarathustra? Ma che importa di Zarathustra! Voi siete i miei credenti, ma che importa di tutti i credenti!
Voi non avete ancora cercato voi stessi: ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni fede vale così poco.
E ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando mi avrete tutti rinnegato io tornerò tra voi".
Friedrich Nietzsche
"Perché sempre meno persone sembrano disposte a lasciarsi affascinare dalla bellezza della Divina Commedia? E perché questo accade - paradossalmente - soprattutto in ambito accademico? Sono queste le domande da cui ha preso vita la tesi di Andrea Nembrini, laureatosi in Lettere moderne a febbraio alla Cattolica di Milano, con un lavoro dal titolo La passione di Dante: Singleton e dintorni.
«Ho deciso di dedicarmi ad uno studio su Dante - spiega Andrea - perché mi sono accorto che nessun altro scrittore ha saputo comunicare tanta bellezza alla mia vita come lui. Purtroppo mi rendo conto di un certo disinteressamento per questo autore: alcuni dicono che sia stato fin troppo studiato». Motivo? «Il dominio di una certa concezione della Filologia che, se da una parte ha saputo offrire una necessaria e scrupolosa analisi letterale, dall’altra ritiene spesso di poter esaurire l’intero significato del poema di Dante nella pura analisi testuale. Ci si è arenati così, specialmente in Italia, su pregevoli precisazioni testuali, dimenticando però il potenziale comunicativo della parola dantesca».
Andrea segnala, invece, come esempio di un corretto studio della Commedia, la figura di Charles Singleton, studioso statunitense scomparso nel ’85, ex docente ad Harvard: «Non si è limitato alla semplice analisi dell’opera dantesca, ma ha fatto della sua professione una vera conversione personale, necessaria per misurarsi con un testo così distante dalla nostra mentalità». Analizzando alcuni suoi scritti, come La poesia nella Divina Commedia, Saggio sulla Vita Nuova e altri articoli, è evidente quale sia il punto di partenza di Singleton (e con lui di altri critici statunitensi, quali John Freccero, professore della NYU, e Teodolinda Barolini, docente alla Columbia University): il bisogno, del lettore e del critico, di accomodare «gli occhi ad un diverso modo di guardare alla realtà», costantemente desideroso e impaziente di verità, senza fermarsi al semplice esame del testo e delle fonti, ma andando ad indagare l’effettivo “senso complessivo” dell’opera, e ciò che essa può comunicare ad ogni uomo.
«Ho provato così a continuare il lavoro iniziato da Singleton con alcune mie riflessioni, individuando nel continuo dialogo tra l’autore e il lettore il punto sorgivo della letteratura e della sua stessa critica: solo tramite questa chiave, infatti, un testo può rimanere sempre vivo e nuovo». Così l’evento letterario diventa innanzitutto un incontro tra uomini che può portare a intuire, per la simpatia che nasce tra lettore e autore, come il significato di un testo, insieme infinito e preciso, provochi lo svelamento di una verità. Prosegue Andrea: «In questo modo si riesce a cogliere il vero senso di un poema come la Commedia, ed il suo studio, da semplice rilevazione letterale, diventa rivelazione di un significato e riconoscimento di un’esperienza».
La tesi si conclude con una sottolineatura dell’importanza della lettura come “atto di amore”, da porre sempre alla base del lavoro di ogni studioso: impegnarsi col testo in maniera appassionata è l’unica disposizione generativa per una seria critica letteraria, tale da assicurare l’apertura mentale indispensabile alla scoperta della “sua” verità.
In questo modo Singleton e la scuola americana, facendo dialogare tra loro filologia ed ermeneutica, costituiscono esempi da seguire. «Non si può fare a meno di guardare al “senso complessivo” di un’opera letteraria come la Commedia. In ciò ci aiutano studiosi come questi, che ci fanno riscoprire la missione dello studioso e del lettore: non uno studio di parole morte, ma l’incontro con un uomo vivo»".
Ecco un piccolo florilegio di massime agostiniane, tratte dal frequentatissimo sito www.augustinus.it
· Dilige et quod vis fac.
Ama e fa' ciò che vuoi. (In Io. Ep. tr. 7, 8)
· Fecerunt itaque civitates duas amores duo: terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, coelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui.
Due amori fecero due città: la città terrena l'amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l'amore di Dio fino al disprezzo di sé. (De civ. Dei 14, 28)
· Quis alius noster est finis nisi pervenire ad regnum, cuius nullus est finis?
Quale altro sarà il nostro fine, che giungere al regno che non avrà fine? (De Civ. Dei 22, 30.5)
· Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te.
Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. (Confess. 1, 1, 1)
· Pondus meum amor meus, eo feror quocumque feror.
Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. (Confess. 13, 9, 10)
· Delectatio quippe quasi pondus est animae.
Il godimento è appunto quasi la legge di gravitazione dell'anima. (De mus. 6, 11, 29)
· Quis autem veraciter laudat, nisi qui sinceriter amat?
Chi mai loda veramente, se non chi ama sinceramente? (Ep. 140, 18, 45)
· Pedes tui, caritas tua est.
I tuoi piedi sono il tuo amore. (En. in ps. 33, d. 2, 10)
· Duos pedes habeto, noli esse claudus.
Abbi due piedi, non essere zoppo. (En. in ps. 33, d. 2, 10)
· Dic animae meae: salus tua ego sum. Sic dic, ut audiam. Ecce aures cordis mei ante te, Domine; aperi eas et dic animae meae: salus tua ego sum.
Dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza (Ps 34, 3). Dillo, che io l'oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, o Signore. Aprile, e dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza. (Confess. 1, 5, 5)
· Sicut aures corporis ad os hominis, sic cor hominis ad aures Dei.
Come l'orecchio nostro alla bocca dell'uomo, così il cuore dell'uomo all'orecchio di Dio. (En. in ps. 119, 9)
· Non corporis voce, quae cum strepitu verberati aeris promitur, sed voce cordis, quae hominibus silet, Deo autem sicut clamor sonat.
[Ad Dominum clamavi] ... non con la voce del corpo, la cui sonorità risulta dalla vibrazione dell'aria, ma con la voce del cuore, che è silenziosa per gli uomini, ma innanzi a Dio risuona come un grido. (En. in ps. 3, 4)
· Quid prodest strepitus oris muto corde?
A che serve lo strepito della voce, se il cuore tace? (In Io. Ev. tr. 9, 13)
· Nimis inimica amicitia, seductio mentis investigabilis ... cum dicitur: Eamus, faciamus, et pudet non esse impudentem. (Confess. 2, 9, 17)
O amicizia veramente nemica, seduzione insondabile della mente. Si dice: andiamo, facciamo! E ci si vergogna di non essere svergognati. (Confess. 2, 9, 17)
· Amicitia non est vera, nisi cum eam tu agglutinas inter inhaerentes tibi caritate diffusa in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis.
L'amicizia non è vera se non sei tu a cementarla tra coloro che aderiscono a te, con la carità dello Spirito Santo, che hai effuso nei nostri cuori. (Confess. 4, 4, 7)
· Suspectus est nescio quis quasi inimicus, et forte est amicus. Videtur alter quasi amicus, et est forsitan occultus inimicus. O tenebrae!
Un tale è sospettato che sia un nemico, ed è, forse, un amico; un altro sembra essere amico, e forse è un nemico nascosto. Che buio! (Serm. 49, 4)
· Mens nostra pruriens in auribus.
La nostra mente smaniosa di udire. (Confess. 4, 8, 13)
· Fluitat humana memoria per varias cogitationes, nec in cuiusquam potestate est quid et quando ei veniat in mentem.
La memoria dell'uomo ondeggia da un pensiero all'altro, e nessuno può determinare cosa gli sovvenga nei diversi momenti. (De cons. Evang. 3, 13, 48)
· Doce ergo me suavitatem inspirando caritatem ... Doce me disciplinam donando patientiam, doce me scientiam illuminando intelligentiam.
Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente. (En. in ps. 118, 17, 4)