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venerdì, 20 febbraio 2009
Divide et impera

In questi ultimi giorni gli italiani si sono divisi ancora una volta come al tempo dei guelfi e dei ghibellini sul caso di Eluana Englaro, al quale anch’io ho dedicato vari post all’interno di questo blog. Grandi questioni di principio, gigantesche liti, frasi roboanti a difesa della vita e a difesa della qualità della vita, gran grancassa dei mass media, urla, puntate e puntate di servizi televisivi con tanto di politici impegnati a farci credere di non essere d’accordo. Ieri è puntualmente rientrato in scena anche il signor Englaro che, dopo aver chiesto il silenzio e il rispetto di tutti, dice assai poco rispettosamente che la proposta di legge ancora tutta da discutere in Parlamento rappresenta “una vera e propria barbarie”. Silenzio rotto, dunque, dopo poche ore dal funerale della figlia: domani grande comizio telefonico alla manifestazione di Piazza Farnese organizzata da Mircomega, in attesa della candidatura alle elezioni europee (accetto scommesse).

Comunque l’immagine che l’Italia politica e non sta dando in queste ore è quella di una grande divisione sulle questioni di principio. Ma, ancora una volta, i grandi valori, i blablabla etici, le prese di posizioni assolute e tutte le parole collegate servono solo a coprire gli accordi sottobanco, le decisioni vergognose contro i cittadini, la trascuratezza della pubblica amministrazione, della giustizia e della politica di fronte ai problemi veri delle persone. Ecco alcuni esempi, scelti quasi a caso tra i molti possibili.

 

Primo:

Sono stati ufficializzati i bonus anti-crisi per il settore auto, il pacchetto di aiuti e incentivi anti-crisi relativo al settore dell’auto e ad altri comparti industriali è stato varato dal Consiglio dei Ministri.
Ecco i provvedimenti degli incentivi statali per il 2009:
AUTO - Un bonus di 1.500 euro per rottamare la vecchia macchina Euro 0 e Euro 1 con una nuova vettura Euro 4 e Euro 5 (con emissioni inferiori a 140 G/Km se a benzina e a 130 G/Km se diesel. I provvedimenti per le auto varranno fino al 31 dicembre 2009.
AUTO ECOLOGICHE - E ancora, se si sceglierà di acquistare auto nuove elettriche, a gas o a idrogeno l'incentivo aumenta ancora di altri 1.500 euro.
AUTO VEICOLI COMMERCIALI - Previsto poi un bonus di 2500 euro per l’acquisto di veicoli commerciali leggeri con rottamazione di veicoli Euro 0, Euro 1 e Euro 2 immatricolati entro il 1999.
Adesso non resta che aspettare le offerte in dettaglio dei singoli marchi!

Certo: magari potremmo provare a chiedere chi metterà i soldi di tutti questi incentivi che, come tutti i governi di ogni colore politico hanno fatto dal dopoguerra ad oggi, non fanno altro che regalare soldi alla famiglia Agnelli. Eccoli infatti qui tutti insieme felici e contenti!!!

http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=79411079ff631472

 

Secondo:

Fumata bianca: la commissione di Vigilanza Rai ha nominato i sette membri di sua competenza del nuovo consiglio di amministrazione di viale Mazzini. Due le conferme e cinque new entry. Nino Rizzo Nervo e Giovanna Bianchi Clerici i veterani; Alessio Gorla, Gugliemo Rositani, Antonio Verro, Rodolfo De Laurentiis, Giorgio Van Straten, gli esordienti. Eccolo (quasi al completo, gli altri due membri, tra cui il presidente saranno scelti dall'esecutivo) il nuovo cda della Rai, dopo oltre otto mesi dalla scadenza dell’attuale, votato dalla commissione di Vigilanza, al termine di un lungo impasse che ne ha di fatto bloccato l’operatività. All'elezione ha partecipato anche il presidente della Vigilanza Sergio Zavoli. Assente l'Idv che aveva annunciato di non partecipare al voto, mentre si astiene il deputato radicale Marco Beltrandi. Assente l'esponente del Pdl Maurizio Lupi (impegnato in una missione all'estero). Guglielmo Rositani, con 6 voti è stato il candidato più votato. Tutti gli altri ne hanno ottenuti cinque Stando a quanto viene sottolineato in ambienti parlamentari, inoltre, dovrebbe essere Mauro Masi, attuale segretario generale della presidenza del Consiglio, il nuovo direttore generale della Rai.

 

Roma (Adnkronos) - "Si e' persa una buona occasione per ascoltare il parere degli utenti. Si e' atteso otto mesi per eleggere la Vigilanza e solo pochi giorni per nominare il Cda Rai. L'elezione dei vertici dell'emittenza pubblica rimane, purtroppo, una cosa solo della politica". Lo afferma il presidente del Consiglio Nazionale degli Utenti (Cnu), organismo dell'Agcom, Luca Borgomeo. "Gli utenti non sono mai stati consultati, ne' quando si e' svolta la vicenda della Vigilanza -lamenta Borgomeo- ne' quando si e' trattato di nominare il cda Rai. Eppure gli utenti sono coloro che pagano il canone, dunque che avrebbero pieno diritto di esprimersi".

 

Dunque: nei giorni pari i partiti litigano per stabilire se il sondino della nutrizione possa essere considerato o no una forma di accanimento terapeutico, nei giorni dispari sono tutti d’accordo per lottizzare all’impazzata la Rai. Tanto gli italiani non se ne accorgono, impegnati come sono a dibattere su Eluana.

 

Terzo, e ultimo

“LE DENUNCE per rapina, lesioni, ricettazione e furto e le due condanne (quella a due mesi e 20 giorni per furto aggravato e a cinque, sempre per furto) non sono bastate a convincere il giudice onorario del tribunale di Bologna Mariangela Gentile della pericolosità di Alexandru Loyos Isztoika. Predone seriale fino all’altro giorno, nella sua breve ma intensa carriera criminale aveva già collezionato in Italia almeno quattro diverse generalità il romeno ventenne che da lunedì scorso è anche lo stupratore confesso della ragazzina violentata insieme al complice Karol Racz il 15 febbario scorso nel parco della Caffarella a Roma. Giudicato pericoloso dall’ex prefetto di Roma e dal questore di Viterbo che già nel maggio scorso avevano chiesto per lui l’allontanamento dall’Italia, Alexandru Loyos è però riuscito, attraverso il ricorso presentato dal legale bolognese Immacolata Troiano, a ribaltare le sue sorti e a convincere il giudice Mariangela Gentile a «cancellare» quel rimpatrio in Romania ormai fissato. Lo stesso giudice donna e lo stesso avvocato donna che ieri hanno evitato in ogni modo qualsiasi commento. La prima negandosi al telefono e parlando solo attraverso il presidente del Tribunale di Bologna Francesco Scutellari, al quale ha riferito di sentirsi «un capro espiatorio», la seconda dicendo semplicemente «che se avesse saputo quello che poi è successo mai lo avrebbe difeso, perché io non difendo gli stupratori». (Il Resto del Carlino).

 

Capito? Povero giudice Mariangela Gentile, chissà come si sente male a sentirsi trattata come “un capro espiatorio”… di certo le sofferenze delle vittime delle violenze non sono nulla paragonate al suo terribile malessere.

Brindiamo alla giustizia italiana, alla Cassazione che discetta sul sondino mentre i giudici mettono in libertà i delinquenti e poi si lamentano pure se qualcuno li critica per la loro vergognosa superficialità e leggerezza.

Brindiamo ai politici che davanti alla TV impavidamente si dividono e poi nottetempo trovano sempre come accordarsi per tutelare i loro interessi.

Brindiamo ai mass media, che ci buttano fumo negli occhi e ci costringono a cercare con il lanternino le notizie che contano.

Brindiamo ai guelfi e ai ghibellini: per poter continuare a fregarci c’è proprio bisogno di un’Italia litigiosa sulle questioni di principio. Così il frastuono dei blablabla ci regala l’illusione di contare ancora qualcosa.

 

 

Postato da: giorgiodurante a 13:22 | link | commenti (1)

giovedì, 12 febbraio 2009
Pensare, pensare

Cinque punti di vista diversi sulla morte di Eluana Englaro. Per pensare anche alla posta in gioco.

"Ma è dentro ognuno di noi che si è aperta una ferita. E guardate, la fede c'entra fino a un certo punto. Ho sentito persone religiose, in questi giorni, indignarsi contro Berlusconi, e atei incalliti indignarsi di fronte all'idea di una ragazza che muore di sete. Chi è entrato in questa vicenda con delle convinzioni, le ha perse lungo la strada. Io ho perso le mie".
Antonio Polito, Il Riformista

"Diciamolo, finalmente. Il respiro diventa un rantolo. La pelle ingiallisce. Il ventre si gonfia. I piedi e le mani si atrofizzano, gelano. In poche settimane, provate a immaginare in 17 anni. Chi ha visto Eluana, in questi giorni, ha raccontato. Un corpo di carta velina (...). Vita? Ciao, Eluana. Adesso sei in pace. Lasciali dire, lasciali strillare. Ti hanno usata per una battaglia di potere, pensa che sconcezza".
Concita De Gregorio, L'Unità

"Eluana ha rotto un incantesimo. Per questo il caso suscita tanto scalpore e sentimenti tanto forti. Ha rotto l'incantesimo della sacralità della vita. Quello secondo cui la vita è un mistero sempre nuovo e imprevedibile, è un dono sempre buono in sé e positivo (...). Dopo il caso Eluana la vita non è più sempre buona in sé. Già Piergiorgio Welby aveva sollevato il problema".
Maurizio Mori, L'Unità

"Vorrei che la morte di Eluana potesse gridare a tutti che la vita di un essere umano è sempre degna di essere vissuta, quali che siano le sue condizioni, perfino se si tratta di una irreversibile mancanza di coscienza o dell'impossibilità di comunicare con gli altri. Diversamente, si apre all'oscuro e brutale dominio dell'uomo sull'uomo, alla pretesa di sentirsi padroni esclusivi della propria esistenza e di quella degli altri. Non riesco a comprendere come la morte di questa giovane donna possa essere ritenuta da qualcuno una vittoria".
Bruno Forte, Il Messaggero

"Ma questo buon senso è, almeno per ora, l'unica precaria frontiera lungo la quale muoversi, perché altrimenti si cade in astrattezze ideologiche o in una truce concezione eutanasica dell'esistenza intera, la quale si arroga il diritto di stabilire il criterio di qualità della vita e il diritto di vita e di morte. Conosco uomini e donne che da anni continuano a vivere con persone amate ridotte a una condizione che impedisce loro ogni relazione e ogni comunicazione, ma non impedisce una misteriosa e concreta comunicazione affettiva; per usare una vecchia parola - la più antica, difficile del mondo, direbbe Saba - l'amore".
Claudio Magris, Corriere della Sera

Postato da: giorgiodurante a 18:42 | link | commenti

giovedì, 05 febbraio 2009
La tristezza e il testamento

Sul caso Englaro, propongo alla riflessione dei lettori del mio blog un articolo bello e stimolante, capace di far davvero pensare, scritto da Barbara Spinelli: è un po' lungo, ma l'intelligenza delle argomentazioni ripaga la fatica. Si intitola L'ora della nostra tristezza

"Tutte le grida perentorie, che cingono come fasce di pietra Eluana e il suo viaggio nell’aldilà; tutti gli insulti, e le accuse di assassinio pronunciate da politici che non nomineremo per non appiattire quel che deve restare profondo: questo è triste, nelle ore in cui Eluana, assistita dalla legge, giace nella clinica che l’aiuterà a morire com’era nelle sue volontà, dopo diciassette anni di coma vegetativo permanente.

Tristezza è lo sgomento che irrompe quando ci si trova in una situazione senza uscita: la parola vien meno, a soccorrere non c’è che il balsamo del silenzio oppure quel sottile mormorio che si chiama amore ed è più forte, San Paolo lo sapeva, di ogni altra virtù: fede, speranza, dono della profezia e della lingua, conoscenza delle scienze, perfino sacrificio di sé, delle proprie ricchezze (1 Corinzi 13).

Quando s’affievoliscono fede e speranza, si può sempre ancora amare: in particolare il sofferente, il morente. Nel momento in cui non sai più guardare un altro essere con amore già sei nel biblico sheòl, scivoli nel nulla. Tristi son dunque le grida dei politici e anche dei vescovi: quando urlano all’omicidio.

E quando s’indignano con la magistratura e i medici, che hanno preso in mano il volere di Eluana per il semplice motivo che altra via non le era offerta. Non c’era una legge sul testamento biologico, non ci son state parole pudiche di comprensione, né una politica che tace invece d’infilarsi fin dentro la camera, privata, dov’è la soglia per entrare nel mondo o uscirne.

Non è la sola tristezza, che ci accompagna dal 2006, quando Welby ci parlò dal suo letto di non vita e non morte. C’è la tristezza di non potersi parlare gli uni con gli altri, di non poter guardare in faccia insieme il proliferare straordinario di paure, primordiali e moderne, legate alla morte. Quasi fin dalla nascita esse ci visitano: chi ha memoria dell’infanzia ricorda quei mesi, quegli anni, in cui il pensiero della morte d’un tratto ci attornia come acqua alta, in cui sembra inverosimile e atroce che i genitori possano morire, che anche noi passeremo di lì, che per ognuno verrà il turno. Il pensiero s’insinua come ladro nelle notti alte dei bambini, per poi lasciarli in pace qualche anno. Poi s’installa la paura del morire, più che della morte: naufragare in dolori insopportabili, o non riuscire a morire malgrado la fine sia lì accanto, ineludibile epilogo di mali incurabili. E infine la paura moderna: terribile, prossima al panico. La paura di non padroneggiare la vita e il morire, perché ambedue sono stati affidati a forze esterne. Il diritto al morire nasce dal dilemma fondamentale: chi è proprietario della morte? Come difendere gli espropriati: che siamo noi ma sono anche la natura e - per alcuni - Dio?

La scienza e la tecnologia medica hanno compiuto progressi che hanno stravolto il morire, essendo diventati i veri proprietari della soglia. Non si moriva così, restando per decenni nella vita-non vita, quando non esisteva il gigantesco potere che prolunga artificialmente la vita con tubi, macchine, farmaci. Non c’era bisogno di fissare limiti all’accanimento terapeutico o all’idratazione-alimentazione di pazienti che non patiscono più sete e fame. Non c’era il fossato scandalosamente enorme tra l’individuo cosciente, che può invocare la libertà di cura prevista dalla Costituzione (art. 32), e chi non ha più diritti essendo appeso alle macchine, e possiede una biografia uccisa in nome del diritto alla vita.

La stessa parola eutanasia andrebbe adattata alla straordinaria mutazione che viviamo, rinominata. Non si chiede la bella morte. Si chiede il permanere di un diritto prima della morte biologica, e il rispetto di questo diritto anche quando non c’è più coscienza. Questa strada è sottratta alla capacità dell’uomo di darsi sue leggi (di darsi auto-nomia), ma non è sottratta solo a lui. La proprietà passa a macchine che trasformano l’uomo in un mezzo, che si sorveglia e punisce allo stesso modo in cui son sorvegliati, nelle celle d’isolamento, i prigionieri. La prigione della tecnica che s’accanisce in nome di valori morali è terrorista: taglia le ali alla preparazione della morte, che è nostra intima e nobile aspirazione; tratta l’individuo non come fine ma come mezzo. Lo trasforma in uomo docile e utile per la politica, l’ideologia: quale che sia l’ideologia. Welby e Eluana dicono l’indisponibilità, assai meno prometeica delle macchine, all’esser docile, utile mezzo. È qui che insorge il panico: non solo di chi vuol staccare le sonde ma anche di chi, con amore eguale, non lo fa. La morte in sé non mette spavento: essa è terribile per chi sopravvive, Epicuro è saggio quando ricorda che «la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi». Il panico dell’espropriato insinua il sospetto: può accadere che quando ci sarà lei (la morte) anche noi ci saremo, ma morti-viventi.

È un panico cresciuto mostruosamente: per questo urge riprendersi la morte. Non è un diritto che spossessa la natura, il sacro. Se fossero loro ad agire, moriremmo senza respiratori. Quel che vediamo è il trionfo della tecnica umana sull’umanità, la natura, il divino. L’autonomia del morente restituisce naturalezza e sacralità a un’esperienza inalienabile, sia che si stacchi la sonda sia che il malato non voglia farlo. L’etica del morire è una difesa della vita, perché risponde all’estendersi del bio-potere con la forza, vitale, della responsabilità. Risponde con il testamento biologico, per evitare che il paziente senza coscienza sia ucciso in vita. Risponde col rifiuto dell’accanimento terapeutico e, se il corpo non sente più fame e sete, dell’alimentazione-idratazione forzata. Risponde anche al timore di chi - non meno solitario - mantiene la sonda.

Anche questa solitudine va ascoltata: anche la paura dell’eutanasia, della morte della persona accelerata non per amore, ma in nome di volontà collettive, politiche. È già accaduto nella storia, e se esiste un tabù sull’eutanasia non è senza ragione. Non se ne può parlare leggermente (neppure dell’aborto si può): è talmente incerto il confine con il crimine. Chi decide infatti se una vita debba considerarsi indegna d’esser vissuta? Il malato o la società, la legge? Se decide il collettivo, il rischio è grande che non avremo la bella morte ma la morte utile alla società, alla razza, alla nazione, o alle spese sanitarie. L’eutanasia può estendere il bio-potere anziché frenarlo. Può snaturare la missione del medico, che vedrebbe i propri poteri ingigantiti non solo nel bene ma anche nel male. Ogni medico diverrebbe per il paziente una sfinge, scrive Hans Jonas: obbedirà a Ippocrate, cercando di sanare e lenire, o mi ucciderà per una sua idea di pietà o convenienza?

Scrive la Bibbia che la parola divina sorprese Elia in modo inaspettato, sul monte Oreb. Il vento soffiava ma la parola non era nel vento. Sopravvenne un terremoto ma la parola non era nel terremoto. S’accese un fuoco ma il Signore non era nel fuoco. Infine apparve: era una voce di silenzio sottile. È a quel punto che Elia si prepara all’incontro: non con discorsi prolissi ma coprendosi il volto col mantello (1 Re 19,11). Forse la voce di silenzio sottile si sente a malapena perché viene da dentro, dalla nostra coscienza. Se solo si potesse parlare così delle questioni essenziali, del vivere e morire. Sforzandosi di capire il diverso, scoprendo quel che è comune nelle paure. Scoprendo l’aporia, che è la condizione dell’esistenza in cui manca la via d’uscita, il dubbio s’installa, e d’aiuto sono il senso del tragico o il mormorare sottile. Lì stiamo: non da una parte il popolo della vita e dall’altra la cultura della morte, da una parte i credenti dall’altra gli atei. Ma tutti egualmente confusi, sperduti, assetati, poveri di parole".

E dopo le domande intelligenti  e lucide della laicissima Barbara Spinelli, anticipo un pezzetto del mio testamento biologico: quando la legge lo prevedrà lo depositerò presso un notaio, che penso si farà ben pagare per custodirlo. Tra le altre cose darò disposizioni perentorie per non essere mai avvicinato né tanto meno curato dal dottor Amato De Monte, il medico”bocconiano con l’orecchino”, come lo ha definito il Corriere in un articolo a metà tra il libro Cuore e una rivista di moda. Costui, dopo aver accompagnato in ambulanza Eluana Englaro fino alla clinica “La Quiete” di Udine, si è precipitato a concedere un’intervista al giornale più ricco d’Italia che si prepara, con i suoi padroni, a ricevere consistenti aiuti di Stato a spese nostre. In essa ha confidato di essere “devastato” e sconvolto a vedere come Eluana è oggi e che lei “è morta 17 anni fa”. Ecco, io, se e quando sarò piegato dalla malattia e dalla sofferenza, non vorrei avere intorno medici “devastati” che vanno a raccontare in giro come si sentono nel vedermi mentre sto male. Vorrei (anzi, voglio, visto che di un testamento si tratta, e quindi va perentoriamente eseguito) essere circondato da medici veri, che si prendano cura di me, che curino la mia malattia con il massimo della competenza, che mi assistano con amorevolezza, gentilezza, premura, attenzione, precauzione. Medici e infermieri che mi trattino, sino alla fine, come un persona viva, degna di rispetto, carica di dignità. Che non si permettano mai di pensare, e tanto meno di dichiarare ai giornali, che sarò un essere che vale di meno, roba morta. Voglio medici autentici, che vadano al di là dell’apparenza che avrò. Che realizzino la missione per cui hanno scelto di fare il loro lavoro: stare di fronte al dolore dell’uomo che soffre senza fare gli schizzinosi, e prendersi cura di lui.

Se qualcuno non se la sente o ha fatto il medico per altre ragioni, mi stia lontano.

Postato da: giorgiodurante a 15:06 | link | commenti (3)