Questo è uno spazio per la ragione, per la filosofia, per chi vuole confrontarsi senza contrapporsi
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
visitato *loading* volte
“Il negazionismo della Shoah non è un'interpretazione storiografica, non è una corrente interpretativa dello sterminio degli ebrei perpetrato dal nazismo, non è una forma sia pur radicale di revisionismo storico, e con esso non deve essere confuso. Il negazionismo è menzogna che si copre del velo della storia, che prende un'apparenza scientifica, oggettiva, per coprire la sua vera origine, il suo vero movente: l'antisemitismo.
Un negazionista è anche antisemita. Ed è forse, in un mondo come quello occidentale in cui dichiararsi antisemiti non è tanto facile, l'unico antisemita chiaro e palese. L'odio antiebraico è all'origine di questa negazione della Shoah che inizia fin dai primi anni del dopoguerra, riallacciandosi idealmente al progetto stesso dei nazisti, quando coprivano le tracce dei campi di sterminio, ne radevano al suolo le camere a gas, e schernivano i deportati dicendo loro che se anche fossero riusciti a sopravvivere nessuno al mondo li avrebbe creduti.
Il negazionismo attraversa gli schieramenti politici, non è solo legato all'estrema destra nazista, ma raccoglie tendenze diverse: il pacifismo più estremo, l'antiamericanismo, l'ostilità alla modernità. Esso nasce in Francia alla fine degli anni Quaranta a opera di due personaggi, Maurice Bardèche e Paul Rassinier, l'uno fascista dichiarato, l'altro comunista. Dopo di allora, si sviluppa largamente, e i suoi sostenitori più noti sono il francese Robert Faurisson e l'inglese David Irving, nessuno dei due storico di professione.
I negazionisti sviluppano dei procedimenti assolutamente fuori dal comune nella loro negazione della realtà storica. Innanzitutto, considerano tutte le fonti ebraiche di qualunque genere inattendibili e menzognere. Tolte così di mezzo una buona parte dei testimoni, tutta la memorialistica espressa dai sopravvissuti ebrei e la storiografia opera di storici ebrei o presunti tali, i negazionisti si accingono a demolire il resto delle testimonianze, delle prove, dei documenti. Tutto ciò che è posteriore alla sconfitta del nazismo è per loro inaffidabile perché appartiene alla "verità dei vincitori". La storia della Shoah l'hanno fatta i vincitori, continuano instancabilmente a ripetere, mettendo in dubbio tutto quello che è emerso in sede giudiziaria, dal processo di Norimberga in poi: frutto di pressioni, torture, violenze.
Resta però ancora una parte di documentazione da confutare, quella di parte nazista che precede il 1945. Qui, i negazionisti hanno scoperto che nessuna affermazione scritta dai nazisti dopo il 1943 può dichiararsi veritiera, perché a quell'epoca i nazisti cominciavano a perdere la guerra e avrebbero potuto fare affermazioni volte a compiacere i futuri vincitori. Et voilà, il gioco è fatto: la Shoah non esiste!
Il negazionismo si applica in particolare a dimostrare l'inesistenza delle camere a gas, attraverso complessi ragionamenti tecnici: non avrebbero potuto funzionare, avrebbero avuto bisogno di ciminiere altissime e via discorrendo: è questa la tesi che ha dotato di notorietà uno pseudo-ingegnere, Fred Leuchter, e che domina nei siti negazionisti di internet.
Oggi, il negazionismo è considerato reato in molti Paesi d'Europa, anche se una parte dell'opinione pubblica rimane restia - come chi scrive - a trasformare, mettendoli in prigione, dei bugiardi in martiri. Non mancano poi sostenitori del negazionismo in funzione antiisraeliana. Bisogna però ripetere che dietro il negazionismo c'è un solo movente, un solo intento: l'antisemitismo. Tutto il resto è menzogna”.
"Tutti lo dipingono come l’uomo nuovo, il leader che può portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi nazionale e internazionale. Barack Hussein Obama, invece, nasconde ben altro dietro all’arte oratoria e alla tanto pubblicizzata capacità di infiammare le masse nel sogno della nuova America. Prima di tutto bisogna sgombrare il campo da un equivoco grossolano: la fazione democratica, incarnata in queste elezioni dal senatore dell’Illinois, non è il partito della pace. Anzi, tutt’altro. Obama ha fatto outing durante il secondo confronto televisivo tra i candidati nello spiegare la sua dottrina di uso della forza quando, badate bene, non c’è in gioco la sicurezza nazionale. Spiazzando il repubblicano McCain, Obama è rientrato a pieno titolo nel solco dell’antica tradizione interventista della sinistra americana, parlando come un pericoloso guerrafondaio: “Non sempre in gioco c’è la sicurezza nazionale, ma in ballo ci possono essere questioni morali. Se avessimo potuto intervenire in modo adeguato nell’Olocausto, chi tra noi avrebbe potuto dire che non avremmo avuto l’obbligo morale di intervenire? Se avessimo potuto fermare il Ruanda, avremmo dovuto considerare fortemente di agire”. Obama ha poi spiegato che “dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile, anche se ovviamente non saremo in grado di farlo ovunque e in tutte le occasioni, ecco perché per noi è così importante lavorare con gli alleati”. Il senatore democratico ha poi praticamente criticato Bush per non essere stato abbastanza radicale nell’applicare i principi della “lotta contro il male” anche al Pakistan: “Dobbiamo cambiare la nostra politica: non possiamo coccolare un dittatore, dargli miliardi di dollari e poi quello fa trattati di pace con i talebani e gli estremisti. Incoraggeremo la democrazia in Pakistan, aumentando i nostri aiuti non militari in modo che loro abbiano più interesse a lavorare con noi, ma insistendo sul fatto che devono andare a caccia di questi estremisti”. E infine, Obama ha ben chiarito che se individuerà il nascondiglio di Bin Laden e se il governo pachistano non sarà in grado o non vorrà prenderlo, non rispetterà la sovranità nazionale pakistana e non aspetterà autorizzazioni internazionali, ma deciderà per un intervento militare americano: “Se non lo fanno loro, dobbiamo farlo noi”.
Spiegata la posizione interventista da vero poliziotto del mondo di Obama, non colpisce quello che si scopre andando a scavare un po’ nella squadra che lo sta appoggiando in campagna elettorale e che, in caso di vittoria, andrà a occupare i posti chiave degli Stati Uniti. Nello staff democratico spiccano tutte le personalità legate a Clinton, a quell’ex presidente che senza pensarci troppo attaccò il cuore dell’Europa. Lo spin doctor di Obama, William J. Perry, è stato ministro della Difesa dell’amministrazione Clinton. Sotto la sua guida, gli yankee hanno inviato i soldati ad Haiti nel ’94. E nello stesso anno sempre lui ha organizzato le operazioni militari statunitensi in Bosnia. Nello staff democratico figura anche Sarah Sewall, quel vice ministro della Difesa che con Clinton aveva ricevuto la delega alla Pace (!). Ed ecco il coordinatore della campagna di Barack: Denis McDonough, ex consigliere per la politica estera del senatore Tom Daschle, il superdelegato democratico noto come capofila della lobby dei biocarburanti, che ha pesanti ingerenze nei rapporti con l’America Latina. Il possibile portavoce della Casa Bianca in caso di vittoria, potrebbe essere Mark Lippert, ex Navy Seal rientrato dall’Iraq la scorsa primavera, uno dei fedelissimi di Obama, con ruolo chiave nei discorsi più importanti del candidato democratico. E ancora tanti sono i nomi clintoniani presi in prestito da Obama. Dietro al senatore dell’Illinois ci sarebbe anche l’ex segretario di Stato Madeleine K. Albright, che avrebbe anche portato nel gruppo Jonathan Scott Gration, l’ex generale oggi a.d. della Millennium Villages, un progetto che ufficialmente vorrebbe combattere la povertà in Africa. Anche sul fronte dell’economia i nomi vengono sempre dal passato: i principali consulenti sono Jason Furman, assistente speciale di Clinton per le politiche economiche con incarichi di spicco nella Banca mondiale, e William M. Daley, direttore della task force del Nafta con Clinton e successivamente all’entrata in vigore del trattato, ministro del Commercio. Entrambi si contendono la poltrona di ministro del Tesoro.
Discorso a parte, poi lo meritano i finanziamenti di Obama. Anche se durante le primarie democratiche la lobby ebraica appoggiava la signora Clinton, il candidato democratico dalla sua ha una “buona” carta da giocare. Uno dei suoi maggiori finanziatori è infatti, niente di meno che l’ebreo ungherese Georges Soros, insieme all’uomo della Goldman Sachs, Eric Mindich. Non deve sorprendere questo fatto. Se è vero, infatti, che la lobby ebraica e sionista appoggia in gran parte i repubblicani, è altresì vero che lo speculatore Soros da tempo si è schierato ufficialmente contro i neocon, colpevoli secondo lui di “mettere in pericolo l’esistenza stessa di Israele”. E quindi secondo Soros serve un approccio più morbido proprio per aiutare Tel Aviv. Ecco spiegati i soldi al politicamente corretto Obama, che ovviamente ha anche detto pubblicamente di essere un “grande amico di Israele”. La lobby ebraica quindi si sarebbe spaccata in due fazioni, anche se sembra solo un modo per pilotare in ogni evenienza il voto statunitense.
Ecco l’ennesima riprova del fatto che gli uomini nuovi non esistono, visto che negli Usa i presidenti vengono decisi dalle lobby. La differenza tra Obama e McCain potrebbe forse solo essere nell’approccio e negli interessi, tra fare la guerra con migliaia di marines o destabilizzare stati sovrani con i servizi segreti. In entrambi i casi, un futuro preoccupante per il mondo intero".
Asta flop per i Bond tedeschi, allarme Titoli di Stato
Parte male il mercato mondiale dei titoli di Stato. Nel 2009 è attesa un'ondata di emissioni da 3mila miliardi di dollari, il triplo del 2008, in buona parte necessari a finanziare i piani di salvataggi delle banche e di sostegno alle economie. Tuttavia oggi un'asta sui pregiati bund tedeschi a 10 anni ha registrato domande inferiori all'offerta, che ammontava complessivamente a 6 miliardi di euro.
Lo ha riportato il Financial Times nell'edizione online, rilevando che si tratta di un avvertimento per tutti i governi che si apprestano a effettuare emissioni da record tramite titoli di Stato. Gli investitori hanno snobbato «uno di titoli più sicuri e facilmente scambiabili» sul mercato anche se già nella parte finale del 2008 alcune aste di bund avevano registrato degli insuccessi, anche se non di questa portata.
«Diversi altri paesi - prosegue il quotidiano finanziario - tra cui Gran Bretagna, Italia, Spagna, Austria, Belgio e Olanda, hanno faticato a piazzare bond pubblici o sono stati costretti a cancellare emissioni causa mancanza di offerta». Quella di oggi in Germania era la prima asta di bond nell'area euro e «un segnale di possibili problemi in tutto il mondo».
Secondo Meyrick Chapman, analista di Ubs, «c'è sicuramente stato uno squilibrio tra offerta e domanda a causa delle forti emissioni effettuate nell'ultima perte del 2008 e di quelle attese per i mesi a venire. Prima della crisi finanziaria le aste in Germania semplicemente non fallivano». Lo scorso 10 dicembre in Germania un'altra asta di bund si era chiusa in affanno.
Certo, oltre alla consistente offerta in campo, un altro fattore che può disincentivare la domanda di titoli di Stato è il calo dei tassi di interesse ufficiali stabiliti dalle Banche centrali. Negli Stati Uniti la Federal Reserve li ha già ridotti a una forchetta quasi simbolica tra zero e 0,25 punti, nell'area euro sono ancora al 2,5 per cento ma proprio ieri sono giunti dati sull'inflazione che per dicembre hanno riferito una attenuazione più marcata del previsto, all'1,6% in dicembre. Così la Bance centrale europea potrebbe propendere per nuvi tagli del costo del denaro. La prossima riunione sui tassi del consiglio direttivo è attesa per giovedì 15 gennaio. (redazione ilsole24 ore)
"Per celebrare i 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, 303 cittadini cinesi hanno sottoscritto un documento chiamato “Carta 08”, in cui chiedono al governo cinese di trasformare il sistema autoritario e corrotto della Cina con un modello democratico e rispettoso di tutti i diritti umani, compresa la libertà religiosa. In pochi giorni le firme sono diventate più di 5.000.
“Carta 08” si vuole richiamare a “Carta ‘77”, il documento firmato da intellettuali e attivisti cechi e slovacchi nel 1977, che premeva sul governo est-europeo per il rispetto dei diritti umani. Fra i firmatari di Carta ’77 vi era il drammaturgo e scrittore Vaclav Havel, divenuto poi presidente della Repubblica ceca, dopo la caduta del Muro di Berlino e lo sbriciolamento dell’impero sovietico.
Fra i firmatari di “Carta 08” vi sono intellettuali di molte università cinesi, ma anche imprenditori, contadini, semplici cittadini. Essi non pretendono di voler costituire un partito, ma vogliono che si inneschi un movimento di trasformazione culturale che porti la Cina a un cambiamento radicale.
La pubblicazione del documento ha già creato timori e arresti. Uno dei firmatari più in vista, l’intellettuale Liu Xiaobo è stato arrestato dalla polizia lo scorso 8 dicembre. Un altro, Zhang Zuhua, è stato sottoposto a interrogatorio per 12 ore e poi rilasciato. Ieri lo scienziato Jiang Qisheng e l’avvocato Pu Zhiqiang sono stati interrogati. Quest’ultimo è sotto il controllo della polizia.
Il documento consta di 3 parti. La prima contiene una introduzione che percorre gli ultimi 100 anni della storia della Cina, dalla prima costituzione, fino ai giorni nostri in cui molti cinesi “vedono con chiarezza che libertà, uguaglianza, e diritti umani sono valori universale dell’umanità e che la democrazia e un governo costituzionale sono la struttura fondamentale per proteggere questi valori”.
I firmatari puntano il dito sul governo cinese che ha preferito costruire una “modernizzazione” definita “disastrosa”, allontanandosi da questi valori “privando la gente dei loro diritti, distruggendo la loro dignità, corrompendo i normali rapporti umani”. Essi domandano: “Dove si dirige la Cina del XXI secolo? Continuerà con una ‘modernizzazione’ con stile autoritario, o abbraccerà i valori umani universali, ricongiungendosi con le nazioni civilizzate, e costruendo un sistema democratico?”.
Il documento apprezza i cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni, con l’uscita del Paese dalla povertà e dal totalitarismo maoista. Ricorda che “nel 1998 il governo cinese ha firmato due importanti documenti internazionali sui diritti umani; nel 2004 ha emendato la costituzione per inserire la frase su ‘rispettare e proteggere i diritti umani’; che quest’anno 2008 ha promesso di promuovere un ‘piano nazionale d’azione sui diritti umani’”. Purtroppo – si conclude – “la maggior parte di questo progresso politico non è andato oltre le affermazioni scritte sulla carta”.
I risultati “folli” sono la “corruzione governativa, la mancanza di uno stato di diritto, deboli diritti umani, corruzione dell’etica pubblica, crasso capitalismo, crescente disuguaglianza fra ricchi e poveri, sfruttamento sfrenato dell’ambiente naturale, umano e storico, l’acuirsi di una lunga lista di conflitti sociali, e negli ultimi tempi una netta animosità fra rappresentanti del governo e la gente comune”. Le possibilità di un “conflitto violento di proporzioni disastrose” sono sempre più vicine e “il cambiamento del sistema corrente ormai in declino è divenuto necessario”.
La seconda parte del documento, tratta dei “principi fondamentali” che l’ispira e che dovrebbero essere assunti dal governo del Paese. Fra tutti viene sottolineato che “la libertà è al cuore dei valori umani universali” e che senza di essa “la Cina sarà sempre lontana dagli ideali di civiltà”.
Questa sottolineatura dell’universalità della libertà e dei diritti umani fa a pugni coi tentativi della Cina di far passare una versione più relativista di questi valori, rivendicando che le libertà e i diritti umani in Cina sono diversi da quelli dell’Occidente.
Un altro punto qualificante del documento è l’affermazione che “i diritti umani non sono concessi dallo Stato”; che “ogni persona nasce con inerenti diritti alla dignità e alla libertà”; che “il governo esiste per la protezione dei diritti umani dei suoi cittadini”; che “l’esercizio del potere dello Stato deve essere autorizzato dal popolo”.
Altri principi citati sono l’uguaglianza, lo Stato repubblicano, la democrazia “del popolo, dal popolo, per il popolo”, la costituzione che “protegge la libertà e i diritti dei cittadini, limitando e definendo lo scopo di un governo legittimo”.
La terza parte del documento (“Che cosa difendiamo”) elenca i passi necessari per trasformare la Cina in un Paese non più autoritario, ma che difenda i diritti umani e garantisca lo sviluppo sociale.
I firmatari “raccomandano” al governo cinese di stilare una nuova costituzione, separando i poteri legislativo, giudiziario e esecutivo e rendendo elettiva ogni carica. Questo dovrebbe garantire una giustizia indipendente dal Partito comunista e il controllo pubblico di tutte le cariche e dell’esercito. Attualmente i giudici confessano di dover emettere sentenze sempre favorevoli al Partito, a cui risponde anche l’esercito. Si chiede che venga garantita la libertà di formare gruppi, la libertà di espressione, la libertà religiosa. A questo proposito il documento afferma che ci deve essere “separazione fra religione e Stato. Non ci deve essere interferenza del governo sulle attività religiose pacifiche. Si dovrebbe abolire ogni legge, regolamento o regole locali che limitano o sopprimono la libertà religiosa dei cittadini. Va soppresso anche l’attuale sistema che richiede ai gruppi religiosi di ottenere una previa approvazione ufficiale”. Il sistema attuale – che discrimina fra comunità registrate e comunità non registrate (considerate illegali), va sostituto con “un sistema in cui la registrazione è facoltativa e, per coloro che la scelgono, automatica”.
Vi sono anche suggerimenti di tipo “sociale”, quali: una correzione delle divisioni fra città e campagne; semplificazione del sistema delle tasse, eliminando quelle ingiuste; garanzie di sicurezza sociale per tutti (educazione, sanità, pensione, impiego); promozione della proprietà privata, garantendo la proprietà della terra ai contadini.
Dal punto di vista politico, i firmatari suggeriscono che una Cina democratica abbia una forma federale, per facilitare la convivenza con gruppi etnici e religiosi (vedi il Tibet) e l’integrazione con Taiwan, Macao e Hong Kong. Un’ultima richiesta è di “riconciliare nella verità”, “restaurando la reputazione di tutte le persone… che hanno sofferto l’ostracismo politico” o “sono stati bollati come criminali a causa del loro pensiero, delle loro parole o della loro fede”. Per questo i firmatari domandano che siano liberati tutti i prigionieri politici e di coscienza e che si apra una Commissione sulla verità, che indaghi sulle “passate ingiustizie e atrocità, precisando le responsabilità, stabilendo la giustizia e cercando la riconciliazione sociale”.
Il documento si conclude con un invito alla Cina a democratizzare il suo sistema, per aiutare alla pace nel mondo, e ai cittadini cinesi di unirsi a questo movimento per portare solidi cambiamenti nella società cinese"
Ho preso queste informazioni dal sito dell'Associazione Asianews, dove, tra l'altro, c'è anche un indirizzo di posta elettronica che consente di sottoscrivere l'appello di questi coraggiosi cercatori di giustizia e di pace.
Naturalmente i nostri giornaloni in crisi di vendite non ne parlano, probabilmente perché i padroni sono ancora in vacanza e i servi aspettano ordini.
Almeno tre cose mi colpiscono in questa drammatica “Operazione Piombo fuso” lanciata da Israele contro la Striscia di Gaza. Prima, le notizie del continuo aumentare del numero dei morti, quasi tutti civili, senza distinzione tra bambini, donne, capi militari, fedeli che pregano nelle moschee. Tutti esposti al rischio di essere colpiti dai razzi mentre attendono alle loro occupazioni quotidiane.
Seconda, le dichiarazioni allucinanti dei politici israeliani, secondo i quali non ci sarebbe nessuna emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza: probabilmente per loro i palestinesi non fanno parte del genere umano e così la coerenza del sillogismo aristotelico è salvata.
Terza, il gioioso gioco del golf praticato in questi giorni dal nuovo mito dei nostri tempi Barak Obama nella sua lussuosa vacanza alle Hawaii, unito al suo silenzio su quanto sta avvenendo a Gaza, dove la gente muore sotto le bombe. Silenzio vergognoso e assordante, ipocritamente schermato sotto la frase di circostanza “in America c’è un solo Presidente e un solo Segretario di Stato”. Elegante modo di prendere la gente per scema, dal momento che la voce del nuovo astro del ciel si era alzata pochi giorni prima, forte e chiara, per difendere i magnati dell’industria automobilistica americana dalla crisi economica che essi stessi hanno contribuito a provocare. Per i bambini palestinesi, invece, nessuna difesa. Nessuna attenzione dal paladino dei diritti civili delle minoranze.
Un prova in più, se ce ne fosse stato bisogno, della “tutela israeliana” sotto cui si è ben riparato Obama, grato alle nuove lobby che gli hanno finanziato la campagna elettorale e che certamente non mancherà di ricompensare. Per approfondire l’argomento, ecco un articolo importante, completamente fuori dal coro, di Mario Gnocchini.
“Tutti parlano dell’ingresso della Clinton come Segretario di Stato nel nuovo governo di Barak Obama, ma il “colpo” il nuovo presidente lo ha fatto in un’altra direzione, pochi giorni dopo la sua elezione. Prima di ogni altra nomina Obama si è assicurato la tutela israeliana mettendo, dopo l’indicazione del suo vice Joe Biden (famoso per aver detto “io sono un sionista”) un altro personaggio gradito a Tel Aviv, tant’è che il nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca sarà Rahm Emanuel. Quarantotto anni, di Chicago, Emanuel proviene da una famiglia ebraica, ma non solo: il padre, pediatra, è nato a Gerusalemme, ha passaporto israeliano ed ha militato in gioventù in una organizzazione ebraica ultranazionalista e contigua al terrorismo sionista, prima di emigrare negli Stati Uniti.
L’uomo che si appresta a diventare il più stretto collaboratore del primo presidente afro-americano ha dunque un fortissimo senso del suo ebraismo ed è profondamente ed emotivamente legato al retaggio culturale che gli viene dalla sua biografia. Insomma, è un amico di Israele. Così infatti lo hanno definito i maggiori organi di stampa ebraici. “Un sionista alla Casa Bianca” esultava lo Ynet, l’edizione online dello Yedioth Ahronoth.
Il quotidiano Maariv ha invece titolato: “Il nostro uomo alla Casa Bianca”. Lo Yedioth Ahronot riporta che fonti vicine ad Emanuel hanno riferito che il neo capo segretaria americano è convinto che Obama sia “filo-israeliano” altrimenti “non avrebbe mai preso in considerazione l’incarico”. Il ruolo che Emanuel andrà ad assumere non è di poco conto. Il Capo di Gabinetto ha un’importanza centrale e una funzione delicata nella squadra di governo. Tale figura è il più stretto collaboratore e consigliere personale del presidente, di cui gestisce e coordina l’agenda. Una specie di “ghost writer” di Obama.
In questo contesto, dunque, la scelta di un filo sionista come Capo di gabinetto assume un significato preciso. “La sua nomina — dice Ira Forman, del National Jewish Democratic Council — è un’altra indicazione che, a dispetto dei tentativi di descrivere Obama come circondato da persone sbagliate a proposito dei rapporti con Israele, il nuovo presidente si muove nella direzione giusta”. È chiaro che la “direzione giusta” sia solo quella che porta il neo presidente a riconfermare la politica dei suoi predecessori alla Casa Bianca: filo sionista agli esteri, liberista quanto basta e garante delle lobby finanziarie in quella interna”.
Cominciamo il nuovo anno con una breve nota sulla cosiddetta politica estera italiana con un intelligente articolo dell’economista Augusto Lodolini.
“Come dice un vecchio detto, “a pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia”. Quando fu firmato il trattato con la Libia, avanzavo qualche dubbio, condiviso credo da molti altri, sulla reale possibilità che la Libia potesse, e volesse, controllare i flussi migratori verso l’Italia, concludendo con una frase che allora poteva sembrare eccessivamente scettica: «Pacta sunt servanda, ma il punto è quanto Gheddafi abbia dimestichezza con il latino, o se per lui è parlar arabo».
Mi meraviglia perciò la sorpresa del nostro governo nello scoprire che forse la Libia non sta rispettando il trattato, perché vi erano tutte le premesse. La prima di queste è che i dittatori, e non vi è dubbio che Gheddafi lo sia, anche se riammesso nel consesso civile, hanno una concezione particolare della validità dei trattati, peraltro molto semplice: li si rispetta finché conviene. D’altra parte, fu Bismark per primo a definire i trattati “chiffon de papier” (carta straccia) e per De Gaulle invece erano come le rose e le ragazze: durano finché durano. Come si vede Gheddafi si trova in buona compagnia.
Peraltro, anche il nostro governo non è stato probabilmente del tutto trasparente: sempre della serie “ a pensar male…”, la ragione vera dell’accordo e del consistente contributo finanziario alla Libia risiede nei ritorni economici per le nostre imprese impegnate nella costruzione delle infrastrutture libiche e, soprattutto, nelle forniture di petrolio. Con il che non voglio dire che le questioni della sicurezza fossero un falso scopo, ma semplicemente che vi sono ragioni anche più consistenti per non fare, o meglio non poter fare, la voce troppo grossa con il partner libico. Che, oltre il petrolio, ha anche capitali da investire in qualche nostra importante azienda sottocapitalizzata, come risulta dalle recenti cronache.
Il punto focale è che il nostro Paese è massicciamente dipendente dalle importazioni di petrolio e gas, grazie alla inesistenza dell’energia nucleare, al sostanziale rifiuto del carbone e alla scarsa dotazione di altre fonti rinnovabili, frutti di un tartufesco ecologismo, ben distante dalla vera ecologia, e della radicata convinzione dei nostri governi che non valga la pena di dedicare tempo ed energie a una sensata politica industriale ed energetica. Il tutto condito da un esasperato localismo e relativa sindrome nimby che hanno, per esempio, ostacolato i rigassificatori, impedendo anche la semplice diversificazione dei fornitori.
La nostra politica estera rimane così costantemente sotto ricatto dei nostri fornitori di energia, siano essi la Libia, l’Algeria o la Russia, e perfino il lontano Kazachistan è in grado di condizionarci, minacciando di metter sotto scacco l’Eni”.
Prego signori, accomodiamoci. Buon anno!