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venerdì, 28 marzo 2008
La macedonia di Veltroni

A dispetto di quanto Veltroni dice ogni giorno, nel Partito Democratico le acque sono sempre agitate. Ecco qua un piccolo campione delle polemiche interne, che offuscano alquanto l'immagine di compattezza e unità che si cerca di dare.

“Se la coalizione di cui faccio parte vincerà le elezioni dovrà affrontare immediatamente un problema: Quale ministero assegnare ad Antonio Di Pietro?. E’ un problema così serio da essere dibattuto continuamente, e senza che io abbia avanzato alcuna richiesta, sia dal centro destra che dal centro sinistra. Il partito di Berlusconi non vuole che diventi ministro della Giustizia. Da parte del capo del PDL è assolutamente comprensibile. Il mio obiettivo è infatti di cancellare subito le leggi ad personam e di far funzionare la macchina della Giustizia per ripristinare in questo Paese la certezza della pena e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

I veti che arrivano da esponenti del centro sinistra, un giorno sì e l’altro pure, non sono altrettanto comprensibili e neppure accettabili. Che cosa deve fare Antonio Di Pietro per avere la possibilità di diventare ministro della Giustizia? Quali qualità deve avere? Gli ultimi due ministri sono stati Castelli e Mastella. Hanno ridotto la Giustizia in macerie, nessuno dei due aveva la minima competenza in materia. Nessuno, però, si è opposto a priori, come sta avvenendo ora per una mia eventuale candidatura. Mani Pulite brucia ancora a gran parte della classe politica, forse hanno il timore che voglia finire il lavoro". Blog di Di Pietro, 23 marzo (sottolineatura in rosso mia)

"Il fatto che l'Italia dei Valori,  dopo il voto, confluisca nel Partito democratico fa parte degli accordi che abbiamo fatto tra persone serie. I deputati dell'Italia dei valori entreranno nel gruppo del Pd e da lì partirà un processo politico che porterà a una confluenza: del resto il partito democratico per sua natura resta aperto. Anche perché i partiti legati a una persona sola è difficile che durino decenni. E mi pare naturale, dunque, che per l'Idv ci sia una progressiva confluenza dentro il Pd. Detto questo, oggi come oggi, il programma della giustizia di Di Pietro non è certo il programma del Pd: Antonio Di Pietro ha già firmato il nostro programma, e le cose che faremo sono quelle”. Dario Franceschini, intervista del 28 marzo

"La battaglia di Walter Veltroni si poteva portare avanti anche senza i Radicali. Non c'era bisogno della loro presenza. Qualunque tentativo di rendere irrilevante la presenza dei cattolici sarebbe un atto diretto contro lo stesso PD".Paola Binetti, candidata nel PD, dichiarazione del 25 marzo durante una visita al Sermig di Torino.

"Penso che nel prossimo governo potrei avere il ministero della Difesa. L'avevo già chiesto in questo governo, ma un collega mi fece notare che non ho il fisico... In realtà preferirei il ministero degli Esteri, che probabilmente saprei gestire meglio data la mia esperienza. L'accordo con il partito Democratico credo che costerà molto più a Veltroni che a me. Io sono e resto radicale". Emma Bonino, intervista al settimanale Grazia.


Postato da: giorgiodurante a 17:35 | link | commenti (1)

martedì, 25 marzo 2008
Le mani in tasca

Silvio Berlusconi rappresenta l'assoluta antitesi dell'atteggiamento filosofico. Infatti egli non parla mai di ciò che è e di ciò che è stato, ma di ciò che sarà ("faremo, rimedieremo, toglieremo, risolveremo e così via speculando su un futuro che non c'è ancora) e, soprattutto, non ha mai dubbi su quello che dice: al massimo sono gli altri a non aver capito il suo profondo pensiero. Anche oggi, intervenendo telefonicamente all'Assemblea Nazionale di Rete Italia a Riva del Garda, ha annunciato che ha già in mente le priorità dei primi cento giorni di governo: "Andremo alle elezioni in modo concreto, con i disegni di legge da presentare agli elettori in televisione". Al primo posto, naturalmente, c'è la sempreverde promessa della diminuzione delle tasse (anche qui al futuro, poiché nei cinque anni del suo precedente governo le mie tasse non sono affatto diminuite, a parità di stipendio). Lo slogan lo conosciamo tutti: "Mai più le mani nelle tasche degli italiani!".
Su questo punto Veltroni soffre: Prodi le mani in tasca ce le ha messe a capofitto. Così pure il vergognoso presidente della Regione Liguria Burlando che, dopo gli aumenti mostruosi dello scorso anno, mi ha mandato indirettamente gli auguri di Pasqua (indirettamente perché lui, vicino ai cittadini, uomo nuovo, dialogante, progressista e tollerante, non ha mai risposto alle mie lettere di protesta...) aumentando l'addizionale regionale ancora del dieci per cento. Ma su questo punto è in buona compagnia.
Infatti il sindaco del mio paese, di provata fede berlusconiana, ha fatto di meglio: l'aumento dell'addizionale comunale è stato pari al 30 per cento! In effetti non mi ha messo le mani in tasca (mi avrebbe fatto anche un po' schifo...) ma ha prelevato e preleverà direttamente alla fonte, sul mio stipendio lordo, una somma di un terzo superiore a quella, già aumentata, dello scorso anno. Quando lo incontro per strada e protesto, lui  cade dalle nuvole e dice che non è possibile, che lui le tasse le ha solo "abbattute". Respinge le mie insinuazioni che, essendosi allargata la famiglia del feudatario, i valvassori debbano foraggiarlo con maggiori entrate. Non mi crede nemmeno uno dei suoi assessori, che mi invita a portare in Comune le buste paga per un controllo, perché non le sembra possibile che ciò accada.
Eppure accade, nel mondo vero della realtà. Non nel mondo patinato delle trasmissioni televisive e delle campagne elettorali. In esso i politici fingono di litigare, parlano del futuro, promettono quello che viene loro in mente di promettere, non hanno dubbi che loro risolveranno tutto. Facile per loro: sono già d'accordo (oooh, quanto sono qualunquista...)

Postato da: giorgiodurante a 11:08 | link | commenti (1)

sabato, 22 marzo 2008
Buona Pasqua con Edith Stein

"L'empatia è l'atto paradossale attraverso cui la realtà di altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o che non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell'ignoto, diventa elemento dell'esperienza più intima, cioè quella del sentire insieme che produce ampliamento ed espansione verso ciò che è oltre, imprevisto".

Edith Stein, Sul problema dell'empatia.

Postato da: giorgiodurante a 11:14 | link | commenti

giovedì, 20 marzo 2008
L'articolo sul Tibet

Pubblico integralmente l'articolo sul Tibet curato da Emanuele Scimia perchè penso sia un utile punto di partenza per riflettere sulla nuova crisi di cui molto si parla.

"Gli eventi che in questi giorni stanno insanguinando il Tibet non rappresentano solo una sfida per il governo cinese, chiamato a disinnescare una rivolta che minaccia l’equilibrio interno del paese a pochi mesi dall’inizio delle olimpiadi di Pechino. Gli scontri, che oppongono monaci buddisti e civili tibetani alle forze di sicurezza cinesi a Lhasa e in altre zone della regione autonoma cinese del Tibet (nonché in aree delle province del Gansu e del Sichuan, abitate da comunità tibetane), hanno confermato anche il chiaro imbarazzo della comunità internazionale nell’affrontare i problemi connessi alla causa tibetana.

Il Tibet, che dal XIII secolo in poi ha alternato periodi di indipendenza ad altri di dominio cinese, è stato occupato militarmente dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1950. Spinto da considerazioni di natura geopolitica (e non certo ideologica), Mao Zedong lo voleva trasformare in un baluardo naturale contro eventuali invasioni da occidente. Le proteste scoppiate in tutta la loro virulenza nei giorni scorsi (le più importanti da quelle del 1989), hanno coinciso con la commemorazione della repressione del 1959, quando l’esercito cinese sedò nel sangue la prima grande rivolta dei tibetani contro il giogo di Pechino.

All’epoca il Dalai Lama – la guida spirituale e politica del buddismo tibetano – fu costretto a fuggire e a stabilirsi a Dharamsala, nell’India settentrionale, dove fu formato anche un governo tibetano in esilio. I tentativi di giungere a un compromesso tra le due parti sono sempre naufragati. Il Dalai Lama rifiuta l’etichetta di ‘leader separatista’ affibbiatagli dai cinesi, affermando di non aspirare all’indipendenza del Tibet, ma a una sua maggiore autonomia all’interno della Cina, a cui spetterebbe, comunque, il controllo della politica estera e di difesa.

Con tutta probabilità – e con buona pace dello spirito olimpico – anche l’odierna sollevazione rischia di essere schiacciata dalle autorità cinesi con la forza. Pechino ha già dichiarato di voler condurre una ‘guerra di popolo contro la cricca separatista del Dalai Lama’. Colonne di mezzi militari cinesi sarebbero in marcia verso il Tibet, mentre autorità del Nepal parlano addirittura di agenti cinesi che opererebbero all’interno del loro territorio per bloccare possibili iniziative di rifugiati tibetani lungo il confine. Pechino non può permettersi cedimenti sul Tibet. La sua integrità territoriale è sempre a rischio, minacciata com’è da pressioni centrifughe interne (ad esempio nello Xinjiang) e da tensioni internazionali come quella sullo status di Taiwan.

I fatti di Lhasa hanno già fornito il destro a Taipei per i primi attacchi. Frank Hsieh, il candidato governativo alle presidenziali taiwanesi del 22 marzo, considera quanto sta accadendo in Tibet un test cinese per saggiare l’applicazione delle legge anti-secessione, che Pechino ha varato nel 2005 per impedire l’indipendenza formale di Taiwan. Pensare che Hsieh (indietro nei sondaggi rispetto al candidato nazionalista Ma Ying-jeou) ha condotto finora la campagna elettorale sconfessando la linea marcatamente indipendentista dell’attuale presidente Chen Shui-bian, suo compagno di partito.

La comunità internazionale ha fatto sentire la propria voce. Come per la crisi nell’ex Birmania dello scorso settembre, ha però assunto un approccio improntato alla massima cautela. Mentre esponenti della società civile chiedono il boicottaggio delle olimpiadi di Pechino (peraltro non condiviso dallo stesso Dalai Lama), gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone e l’Australia chiedono al governo cinese di esercitare moderazione, di liberare i detenuti politici, di rispettare le aspirazioni e tradizioni culturali del popolo tibetano e di aprire un concreto dialogo con i dimostranti e il Dalai Lama.

 

L’India si è unita al coro internazionale di proteste, ma allo stesso tempo ha bloccato con il pugno di ferro le manifestazioni dei rifugiati tibetani organizzate all’interno dei propri confini. Un limpido esempio di equilibrismo, dettato da esigenze politico-strategiche. Dal 1962, Delhi è impegnata in una disputa di confine con Pechino e negli ultimi anni ha avviato un processo di apertura diplomatica ed economica con il suo potente vicino. L’ospitalità indiana al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio è sempre stata motivo di dissidio tra i due paesi, anche se il governo indiano ha strappato alla guida spirituale tibetana la promessa di non organizzare manifestazioni anticinesi sul proprio suolo.

Gli Stati Uniti sono quelli maggiormente in impaccio, alla luce anche della recente pubblicazione dell’annuale rapporto sul rispetto dei diritti umani del dipartimento di Stato, che non ha considerato la Cina tra i dieci peggiori paesi al mondo come negli ultimi due anni. Nell’attuale congiuntura politico-economica, Washington non può permettersi un nuovo cataclisma geopolitico, perché tale dovrebbe considerarsi un eventuale processo di destabilizzazione del delicato mosaico cinese.

La strategia di Washington, dunque, sembrerebbe più orientata al mantenimento dello status quo in Asia, come dimostrano le prese di posizione su Corea del Nord e Taiwan. Gli Usa fanno grande affidamento sulle riserve valutarie di Pechino (che possiede la quota maggiore del debito estero americano) per finanziare il proprio deficit, nonché sulla capacità della Cina di assorbire le esportazioni mondiali, anche americane. Nelle relazioni con la Cina, pertanto, gli Usa non possono abbandonare il paradigma del responsible stakeholder, specialmente in un momento in cui l’economia statunitense è incalzata dal fantasma della recessione.

Anche i fautori del contenimento della Cina dovrebbero considerare il fatto che Washington non ha le risorse politiche ed economiche per cavalcare un processo di disgregazione della Repubblica Popolare Cinese. Il crollo dell’Unione Sovietica e del suo sistema imperiale è stato gestito grazie all’aiuto degli alleati europei, che si sono sobbarcati parte dei costi di riassorbimento dell’ex blocco comunista nella comunità euro-atlantica. Senza dimenticare che, alla fine degli anni Ottanta, l’Urss era una potenza in declino, al contrario dell’attuale Cina.

L’ipertrofico impegno americano in Medio Oriente esclude un’attenzione a tutto campo di Washington in Asia orientale. Il pacific command ha recentemente lamentato la drammatica penuria di forze (drenata dal Centcom) per poter affrontare anche impegni di ordinaria amministrazione. Sono gli stessi teorici del contenimento cinese ad ammettere che questo potrebbe effettivamente realizzarsi solo cedendo in appalto a vecchi e nuovi amici (Giappone, Australia, Corea del sud e India) gran parte degli sforzi lungo il rimland eurasiatico.

Sarà difficile, dunque, che gli Usa sfruttino la crisi in Tibet e tutti gli attriti geopolitici che covano sotto la cenere dell’autoritarismo cinese, per ostacolare l’ascesa di Pechino. Secondo diversi osservatori, per minimizzare il costo economico e politico di un suo intervento di stabilizzazione in Asia, Washington dovrebbe vestire i panni dell’onesto sensale, impegnato più a comporre le crisi, accrescendo così il proprio prestigio, che a presentarsi come una potenza dedita a difendere il proprio status egemonico".

Postato da: giorgiodurante a 17:40 | link | commenti

sabato, 15 marzo 2008
La politica intensamente umana

"Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai.

Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d'ombra, condizioni d'insufficiente dignità e d'insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l'ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze dell'intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità.

Vi sono certo dati sconcertanti, di fronte ai quali chi abbia responsabilità decisive non può restare indifferente: la violenza talvolta, una confusione ad un tempo inquietante e paralizzante, il semplicismo scarsamente efficace di certe impostazioni sono sì un dato reale ed anche preoccupante.
Ma sono, tuttavia, un fatto, benché grave, di superficie.
Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia.

Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze, c'è quello che solo vale ed al quale bisogna inchinarsi: un nuovo modo di essere della condizione umana.
E' l'affermazione di ogni persona, in ogni condizione sociale, dalla scuola al lavoro, in ogni luogo del nostro Paese, in ogni lontana e sconosciuta Regione del mondo; è l'emergere di una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia.

E, insieme con uttto questo ed anzi proprio per questo, si affaccia nella scena del mondo l'idea che, al di là del cinismo opportunistico, ma che dico, al di là della stessa prudenza e dello stesso realismo, una legge morale, tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta e neppure tiepida e tardiva, ma intensamente umana".

Dal discorso di Aldo Moro al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, 21 novembre 1968

Postato da: giorgiodurante a 18:17 | link | commenti (1)

martedì, 11 marzo 2008
La tradizione delle virtù

«È sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi fra un periodo storico e un altro, e fra i più fuorvianti di tali paralleli vi sono quelli che sono stati tracciati fra la nostra epoca in Europa e nel Nordamerica e l’epoca in cui l’impero romano declinava verso i secoli oscuri. Tuttavia certi parallelismi esistono.

Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.

Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità.

Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la cività e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi.

E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra consapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».

Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù

Postato da: giorgiodurante a 17:20 | link | commenti (1)

domenica, 09 marzo 2008
Tutta una bugia, tutta verità

"Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità".

Nazim Hikmet, Cio che ho scritto di noi

Postato da: giorgiodurante a 08:52 | link | commenti

mercoledì, 05 marzo 2008
Leopardi inascoltato

"Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un'altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un'azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti. La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino più in cerca dell'impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che è, ad un tempo, unico e facilissimo, benché fino a oggi intentato: e questo è, mutare i detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro".

Giacomo Leopardi, Pensieri, XXIII

Postato da: giorgiodurante a 18:52 | link | commenti

domenica, 02 marzo 2008
Un pensiero per Javad

Un altro giovane è stato impiccato in Iran per un reato commesso quando era minorenne. Il condannato si chiamava Javad ed era stato riconosciuto colpevole di un omicidio commesso a sedici anni. L’esecuzione è avvenuta due giorni fa nel carcere di Isfahan, nella regione centrale del Paese. Javad aveva ventisette anni ed era in carcere da undici anni, quando era stato arrestato per aver ucciso un uomo a coltellate durante una rissa. Salgono così ad almeno quarantanove le impiccagioni avvenute dall’inizio dell’anno in Iran, Paese nel quale anche i minorenni possono essere condannati a morte.

Nessuno dei grandi giornali ne ha parlato, ovviamente. A lui, e a quelli come lui, almeno il mio, il nostro pensiero.

Postato da: giorgiodurante a 18:29 | link | commenti