Questo è uno spazio per la ragione, per la filosofia, per chi vuole confrontarsi senza contrapporsi
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
visitato *loading* volte
“Se la coalizione di cui faccio parte vincerà le elezioni dovrà affrontare immediatamente un problema: Quale ministero assegnare ad Antonio Di Pietro?. E’ un problema così serio da essere dibattuto continuamente, e senza che io abbia avanzato alcuna richiesta, sia dal centro destra che dal centro sinistra. Il partito di Berlusconi non vuole che diventi ministro della Giustizia. Da parte del capo del PDL è assolutamente comprensibile. Il mio obiettivo è infatti di cancellare subito le leggi ad personam e di far funzionare la macchina della Giustizia per ripristinare in questo Paese la certezza della pena e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
I veti che arrivano da esponenti del centro sinistra, un giorno sì e l’altro pure, non sono altrettanto comprensibili e neppure accettabili. Che cosa deve fare Antonio Di Pietro per avere la possibilità di diventare ministro della Giustizia? Quali qualità deve avere? Gli ultimi due ministri sono stati Castelli e Mastella. Hanno ridotto la Giustizia in macerie, nessuno dei due aveva la minima competenza in materia. Nessuno, però, si è opposto a priori, come sta avvenendo ora per una mia eventuale candidatura. Mani Pulite brucia ancora a gran parte della classe politica, forse hanno il timore che voglia finire il lavoro". Blog di Di Pietro, 23 marzo (sottolineatura in rosso mia)
"Il fatto che l'Italia dei Valori, dopo il voto, confluisca nel Partito democratico fa parte degli accordi che abbiamo fatto tra persone serie. I deputati dell'Italia dei valori entreranno nel gruppo del Pd e da lì partirà un processo politico che porterà a una confluenza: del resto il partito democratico per sua natura resta aperto. Anche perché i partiti legati a una persona sola è difficile che durino decenni. E mi pare naturale, dunque, che per l'Idv ci sia una progressiva confluenza dentro il Pd. Detto questo, oggi come oggi, il programma della giustizia di Di Pietro non è certo il programma del Pd: Antonio Di Pietro ha già firmato il nostro programma, e le cose che faremo sono quelle”. Dario Franceschini, intervista del 28 marzo
"La battaglia di Walter Veltroni si poteva portare avanti anche senza i Radicali. Non c'era bisogno della loro presenza. Qualunque tentativo di rendere irrilevante la presenza dei cattolici sarebbe un atto diretto contro lo stesso PD".Paola Binetti, candidata nel PD, dichiarazione del 25 marzo durante una visita al Sermig di Torino.
"Penso che nel prossimo governo potrei avere il ministero della Difesa. L'avevo già chiesto in questo governo, ma un collega mi fece notare che non ho il fisico... In realtà preferirei il ministero degli Esteri, che probabilmente saprei gestire meglio data la mia esperienza. L'accordo con il partito Democratico credo che costerà molto più a Veltroni che a me. Io sono e resto radicale". Emma Bonino, intervista al settimanale Grazia.
"Gli eventi che in questi giorni stanno insanguinando il Tibet non rappresentano solo una sfida per il governo cinese, chiamato a disinnescare una rivolta che minaccia l’equilibrio interno del paese a pochi mesi dall’inizio delle olimpiadi di Pechino. Gli scontri, che oppongono monaci buddisti e civili tibetani alle forze di sicurezza cinesi a Lhasa e in altre zone della regione autonoma cinese del Tibet (nonché in aree delle province del Gansu e del Sichuan, abitate da comunità tibetane), hanno confermato anche il chiaro imbarazzo della comunità internazionale nell’affrontare i problemi connessi alla causa tibetana.
Il Tibet, che dal XIII secolo in poi ha alternato periodi di indipendenza ad altri di dominio cinese, è stato occupato militarmente dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1950. Spinto da considerazioni di natura geopolitica (e non certo ideologica), Mao Zedong lo voleva trasformare in un baluardo naturale contro eventuali invasioni da occidente. Le proteste scoppiate in tutta la loro virulenza nei giorni scorsi (le più importanti da quelle del 1989), hanno coinciso con la commemorazione della repressione del 1959, quando l’esercito cinese sedò nel sangue la prima grande rivolta dei tibetani contro il giogo di Pechino.
All’epoca il Dalai Lama – la guida spirituale e politica del buddismo tibetano – fu costretto a fuggire e a stabilirsi a Dharamsala, nell’India settentrionale, dove fu formato anche un governo tibetano in esilio. I tentativi di giungere a un compromesso tra le due parti sono sempre naufragati. Il Dalai Lama rifiuta l’etichetta di ‘leader separatista’ affibbiatagli dai cinesi, affermando di non aspirare all’indipendenza del Tibet, ma a una sua maggiore autonomia all’interno della Cina, a cui spetterebbe, comunque, il controllo della politica estera e di difesa.
Con tutta probabilità – e con buona pace dello spirito olimpico – anche l’odierna sollevazione rischia di essere schiacciata dalle autorità cinesi con la forza. Pechino ha già dichiarato di voler condurre una ‘guerra di popolo contro la cricca separatista del Dalai Lama’. Colonne di mezzi militari cinesi sarebbero in marcia verso il Tibet, mentre autorità del Nepal parlano addirittura di agenti cinesi che opererebbero all’interno del loro territorio per bloccare possibili iniziative di rifugiati tibetani lungo il confine. Pechino non può permettersi cedimenti sul Tibet. La sua integrità territoriale è sempre a rischio, minacciata com’è da pressioni centrifughe interne (ad esempio nello Xinjiang) e da tensioni internazionali come quella sullo status di Taiwan.
I fatti di Lhasa hanno già fornito il destro a Taipei per i primi attacchi. Frank Hsieh, il candidato governativo alle presidenziali taiwanesi del 22 marzo, considera quanto sta accadendo in Tibet un test cinese per saggiare l’applicazione delle legge anti-secessione, che Pechino ha varato nel 2005 per impedire l’indipendenza formale di Taiwan. Pensare che Hsieh (indietro nei sondaggi rispetto al candidato nazionalista Ma Ying-jeou) ha condotto finora la campagna elettorale sconfessando la linea marcatamente indipendentista dell’attuale presidente Chen Shui-bian, suo compagno di partito.
La comunità internazionale ha fatto sentire la propria voce. Come per la crisi nell’ex Birmania dello scorso settembre, ha però assunto un approccio improntato alla massima cautela. Mentre esponenti della società civile chiedono il boicottaggio delle olimpiadi di Pechino (peraltro non condiviso dallo stesso Dalai Lama), gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone e l’Australia chiedono al governo cinese di esercitare moderazione, di liberare i detenuti politici, di rispettare le aspirazioni e tradizioni culturali del popolo tibetano e di aprire un concreto dialogo con i dimostranti e il Dalai Lama.
L’India si è unita al coro internazionale di proteste, ma allo stesso tempo ha bloccato con il pugno di ferro le manifestazioni dei rifugiati tibetani organizzate all’interno dei propri confini. Un limpido esempio di equilibrismo, dettato da esigenze politico-strategiche. Dal 1962, Delhi è impegnata in una disputa di confine con Pechino e negli ultimi anni ha avviato un processo di apertura diplomatica ed economica con il suo potente vicino. L’ospitalità indiana al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio è sempre stata motivo di dissidio tra i due paesi, anche se il governo indiano ha strappato alla guida spirituale tibetana la promessa di non organizzare manifestazioni anticinesi sul proprio suolo.
Gli Stati Uniti sono quelli maggiormente in impaccio, alla luce anche della recente pubblicazione dell’annuale rapporto sul rispetto dei diritti umani del dipartimento di Stato, che non ha considerato la Cina tra i dieci peggiori paesi al mondo come negli ultimi due anni. Nell’attuale congiuntura politico-economica, Washington non può permettersi un nuovo cataclisma geopolitico, perché tale dovrebbe considerarsi un eventuale processo di destabilizzazione del delicato mosaico cinese.
La strategia di Washington, dunque, sembrerebbe più orientata al mantenimento dello status quo in Asia, come dimostrano le prese di posizione su Corea del Nord e Taiwan. Gli Usa fanno grande affidamento sulle riserve valutarie di Pechino (che possiede la quota maggiore del debito estero americano) per finanziare il proprio deficit, nonché sulla capacità della Cina di assorbire le esportazioni mondiali, anche americane. Nelle relazioni con la Cina, pertanto, gli Usa non possono abbandonare il paradigma del responsible stakeholder, specialmente in un momento in cui l’economia statunitense è incalzata dal fantasma della recessione.
Anche i fautori del contenimento della Cina dovrebbero considerare il fatto che Washington non ha le risorse politiche ed economiche per cavalcare un processo di disgregazione della Repubblica Popolare Cinese. Il crollo dell’Unione Sovietica e del suo sistema imperiale è stato gestito grazie all’aiuto degli alleati europei, che si sono sobbarcati parte dei costi di riassorbimento dell’ex blocco comunista nella comunità euro-atlantica. Senza dimenticare che, alla fine degli anni Ottanta, l’Urss era una potenza in declino, al contrario dell’attuale Cina.
L’ipertrofico impegno americano in Medio Oriente esclude un’attenzione a tutto campo di Washington in Asia orientale. Il pacific command ha recentemente lamentato la drammatica penuria di forze (drenata dal Centcom) per poter affrontare anche impegni di ordinaria amministrazione. Sono gli stessi teorici del contenimento cinese ad ammettere che questo potrebbe effettivamente realizzarsi solo cedendo in appalto a vecchi e nuovi amici (Giappone, Australia, Corea del sud e India) gran parte degli sforzi lungo il rimland eurasiatico.
Sarà difficile, dunque, che gli Usa sfruttino la crisi in Tibet e tutti gli attriti geopolitici che covano sotto la cenere dell’autoritarismo cinese, per ostacolare l’ascesa di Pechino. Secondo diversi osservatori, per minimizzare il costo economico e politico di un suo intervento di stabilizzazione in Asia, Washington dovrebbe vestire i panni dell’onesto sensale, impegnato più a comporre le crisi, accrescendo così il proprio prestigio, che a presentarsi come una potenza dedita a difendere il proprio status egemonico".
«È sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi fra un periodo storico e un altro, e fra i più fuorvianti di tali paralleli vi sono quelli che sono stati tracciati fra la nostra epoca in Europa e nel Nordamerica e l’epoca in cui l’impero romano declinava verso i secoli oscuri. Tuttavia certi parallelismi esistono.
Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.
Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità.
Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la cività e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi.
E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra consapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».
Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù
"Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole
ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull'erba
è la tua assenza
quando divento l'ultima luce all'ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe
ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità".
Nazim Hikmet, Cio che ho scritto di noi
"Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un'altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un'azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti. La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino più in cerca dell'impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che è, ad un tempo, unico e facilissimo, benché fino a oggi intentato: e questo è, mutare i detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro".
Giacomo Leopardi, Pensieri, XXIII
Un altro giovane è stato impiccato in Iran per un reato commesso quando era minorenne. Il condannato si chiamava Javad ed era stato riconosciuto colpevole di un omicidio commesso a sedici anni. L’esecuzione è avvenuta due giorni fa nel carcere di Isfahan, nella regione centrale del Paese. Javad aveva ventisette anni ed era in carcere da undici anni, quando era stato arrestato per aver ucciso un uomo a coltellate durante una rissa. Salgono così ad almeno quarantanove le impiccagioni avvenute dall’inizio dell’anno in Iran, Paese nel quale anche i minorenni possono essere condannati a morte.
Nessuno dei grandi giornali ne ha parlato, ovviamente. A lui, e a quelli come lui, almeno il mio, il nostro pensiero.