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"Se si dovessero stabilire delle personali preferenze sul cinema che ci è sembrato, nel corso della storia di quest’arte, come il più "religioso", e cioè il più preoccupato di interrogarsi sulle inquietudini esistenziali dell’uomo e sul suo bisogno di trascendenza, ci verrebbero subito in mente l’opera quasi completa di autori come Dreyer, Bresson, Tarkovskij, singoli film come il Vangelo di Pasolini o L’arpa birmana di Kon Ichikawa, magari anche La strada e Le notti di Cabiria o Il bidone di Fellini, e certamente molte opere di Ingmar Bergman ma, prima ancora di Il settimo sigillo, due brani in particolare: l’accanita discussione teologica tra i tre autostoppisti (due ragazzi e una ragazza) che vengono presi in macchina dal vecchio Viktor Sjostrom in Il posto delle fragole, e il finale di Luci d’inverno (che si chiamava nell’originale, se non sbaglio, e sicuramente in francese I comunicanti). In esso, l’attore Gunnar Bjornstrand nelle vesti di un pastore privo ormai di certezze e di speranze si ostina a officiare il culto in una chiesa deserta, senza più fedeli.
Ricordo lo sbalordimento e l’entusiasmo che destò in me la prima scena ricordata, quel discutere di cose serissime, nientemeno che di Dio, con un accanimento quasi incomprensibile per i giovani e normali italiani degli anni cinquanta, per me e per i miei coetanei. Ricordo più tardi la tensione, pari a quella provata leggendo certe pagine di Kierkegaard, di fronte al finale di Luci d’inverno, di fronte alla disperazione e alla solitudine e all’ostinazione di quel "ministro di Dio".
Insomma Bergman ci ha introdotto a inquietudini esistenziali e religiose che potevano apparire perfino "esotiche" rispetto al nostro contesto, perché qui da noi appartenevano solo a minoranze, e ci ha insegnato a vedere la società con uno sguardo più complesso, più riflessivo, anche se non più doloroso, del nostro. Col tempo, molte cose della tradizione protestante sono diventate anche "nostre", e molte della tradizione cattolica anche "loro".
La modernità ha aperto per tutti una stessa crisi, uno stesso disagio, e Bergman e il suo cinema hanno potuto perciò figurare non più come una sorta di pur affascinante "diversità" intellettuale e morale, ma come qualcosa che apparteneva a tutti, che apparteneva all’uomo della crisi, che s’interroga ossessivamente sul "senso", sulla morte, sulla solitudine, sulla fragilità di ogni soluzione soltanto umana, sulla insufficienza di qualsivoglia risposta sociale.
Da queste inquietudini e da queste domande Bergman è stato come travolto, e assai più di altri artisti ha dovuto pagare lo scotto di questa assiduità. Ma anche se molti suoi film possono sembrarci meno riusciti di altri, quale coerenza e quale così evidente e così commovente sincerità in questa ricerca!".
"Con la transumanza del «Pecora», al secolo Teodoro Buontempo, che ha detto addio ad An per passare armi e bagagli sotto la nuova bandiera di Storace, siamo arrivati a 50, cifra tonda. Tanti sono i deputati e i senatori che hanno già cambiato casacca politica dal 10 aprile 2006, data delle ultime elezioni. Se fosse mantenuto lo stesso ritmo di qui alla fine naturale della legislatura, tra quattro anni avremmo ottime speranze di battere lo storico record del 2001, quando a traslocare da un partito all’altro fu addirittura un quinto dell’intero Parlamento italiano.
Allora si gridò al trasformismo, comparvero in libreria brillanti pamphlet (di Pialuisa Bianco l’«Elogio del voltagabbana») o pensosi saggi (come quello di Luca Verzichelli per Il Mulino) sulla vocazione nazionale a saltare il fosso. Si notò che nell’ultima legislatura eletta col metodo proporzionale, la nona per esattezza, l’«ammuina» di deputati e senatori si arenò a quota 38 per poi impennarsi con l’avvento del sistema maggioritario: 122 parlamentari «cambisti» nella XII legislatura, 140 nella XIII, 202 nella XIV, in un crescendo di correnti migratorie. Finora, per fortuna, non si sono ancora registrati casi da Guinness come quello degno d’essere consegnato ai posteri del senatore Valerio Carrara.
Carrara nel 2001 impiegò meno di 24 ore a litigare con Di Pietro e a mollarlo per accasarsi felicemente con Berlusconi. Oppure del leghista Marco Romanello, il quale, tra il ’94 e il ’96, cambiò gruppo per ben cinque volte. Senza la scissione politica dei Ds innescata da Mussi ed Angius, che con Brutti e Villone, Bandoli e la Trupia, D’Antona e Fumagalli (per citarne alcuni) hanno dato vita alla Sinistra democratica nei due rami del Parlamento in vista di unirsi alla Cosa rossa, certo il totale dei «migranti» oggi sarebbe ben inferiore, sulla ventina. Ma i numeri, per quanto suggestivi, ancora non raccontano tutto. Più interessante è cogliere in che modo, defezione dopo defezione, sta cambiando la geografia parlamentare e quella politica. Ed ecco la sorpresa: per effetto degli spostamenti di campo fin qui registrati, il governo Prodi dapprima sembrava ormai sul punto di collassare. Era tenuto in vita artificialmente dai padri della patria, i grandi vecchi della Repubblica da Ciampi alla Montalcini, chiamati a sopperire le defezioni degli «irriducibili» Rossi e Turigliatto, per non dire dei De Gregorio, in un corpo a corpo parlamentare dove ogni «tradimento» vale sempre doppio, perché un voto tolto di qua si va ad aggiungere dall’altra parte.
Invece adesso, in virtù dello stesso fenomeno, ma di segno contrario, accade che l’esecutivo sta pian piano ripigliando fiato, ricacciando indietro gli inseguitori. Lo si è colto benissimo ieri a Palazzo Madama, con gli sguardi smarriti e quasi increduli dell’opposizione rivolti al tabellone elettronico, dove nelle votazioni sul Dpef il distacco risultava sempre di 10-15 voti, più che tranquillizzante, altro che spallata finale... Come si spiega il miracolo? Semplice. Da un po’ di tempo non è più Berlusconi che conduce la «campagna acquisti»: chi ha in mano la regia dei «trasferimenti» è il Professore di Bologna. E quanti vivono gli umori del Senato individuano il vero punto di svolta nella sua capacità di attrarre a sé Marco Follini, di arruolare sotto le proprie insegne addirittura un capitano dell’esercito avverso. Sarà un caso. Ma da quando Follini ha rotto con Casini per passare a sinistra, prima nel Gruppo misto e poi nell’Ulivo, da quel preciso istante la corrente magnetica si è invertita. Anziché assistere all’agonia finale dell’Unione, abbiamo visto esplodere sintomatiche crisi di coscienza nel campo berlusconiano. Ora ad esempio gli occhi sono puntati sulle assenze di alcuni senatori Udc, che forse temono di non essere ricandidati (e cominciano a riposizionarsi). Oppure su Giovanni Pistorio, senatore autonomista siciliano, che ha cominciato a oscillare vistosamente, votando una volta di qua una volta di là, roba da far saltare i nervi del capogruppo forzista Schifani.
Un tempo si sarebbe liquidato come «caso personale» anche il malpancismo di Gustavo Selva in rotta con An, il suo partito, dopo il noto incidente dell’ambulanza. Ora invece, nella stagione dei facili addii, già si vocifera di un suo transito nel Limbo (il Gruppo misto) oppure con Berlusconi. In tutto questo «drive in», gente che va gente che viene, onorevoli che soffrono e altri che s’offrono al migliore offerente, non stupisce come una vecchia volpe qual è Francesco Storace si sia sbarazzato della maglia di An per fondare una squadra tutta sua. L’hanno seguito due deputati (Buontempo, appena trombato da coordinatore regionale in Abruzzo, e Pezzella), più un senatore (Losurdo). Sono usciti da destra, accusando Fini di non esserlo abbastanza, ma ieri hanno votato un emendamento con la sinistra, mandandola in sollucchero. Un democristiano che di certe manovre se n’intende, come Gianfranco Rotondi, non ha dubbi: «Storace ha voluto mandare un messaggio al Cavaliere. Del tipo: se mi emarginate, io faccio campare Prodi per i prossimi quattro anni... Morale: avete voluto la Seconda Repubblica? Adesso ve la godete»."
PECHINO - "Ho lavorato dall'alba fino alle due di notte. Ero esausta ma il giorno dopo mi hanno costretto a ricominciare". È una bambina cinese di 13 anni a parlare, una piccola operaia-schiava che fabbrica i gadget con il logo ufficiale per le Olimpiadi del 2008. La sua testimonianza è stata raccolta da attivisti umanitari cinesi che sono riusciti a infiltrarsi in segreto in quattro aziende del sud del paese: tutte lavorano per conto del Comitato olimpico di Pechino. Queste aziende sono state regolarmente autorizzate a produrre i popolari oggetti in vendita con il marchio dei Giochi: borse e zainetti, T-shirt, berretti, quaderni, figurine e album illustrati per bambini.
Il marketing degli oggetti griffati vale da solo 70 milioni di dollari, per gli organizzatori cinesi delle Olimpiadi. Ma dietro questo business ci sono fabbriche-lager dove si sfruttano i bambini, vige un clima di terrore, non vengono rispettati neppure i modesti diritti dei lavoratori previsti dalla legislazione cinese. "Nessuno indossa guanti protettivi qui - rivela un altro piccolo operaio che usa vernici tossiche e additivi chimici pericolosi - perché coi guanti si lavora meno in fretta e il caporeparto ti punisce. Le mie mani mi fanno molto male, quando le lavo piango di dolore".
Queste testimonianze sono state raccolte a Shenzhen e nel Guangdong in quattro stabilimenti chiaramente identificati: Lekit Stationery (prodotti di cancelleria), Mainland Headwear Holdings (berretti sportivi), Eagle Leather Products (pelletteria) e Yue Wing Light Cheong Light Products (zainetti e accessori). Tutti lavorano alla luce del sole per conto delle autorità olimpiche cinesi.