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giovedì, 21 giugno 2007
L'ovatta e il suo squarcio

"Il non essere è simile all'ovatta, in cui sono avvolte le nostre giornate. Tutto il problema dell'esistenza consiste nel cogliere i momenti in cui le cose si fanno trasparenti e si trova la traccia. Come se, per uno squarcio improvviso, il fondo dell'essere divenisse visibile e la poesia si facesse realtà".
Virginia Woolf, Moments of Being

Postato da: giorgiodurante a 19:03 | link | commenti (1)

lunedì, 11 giugno 2007
I profughi cristiani in Iraq

Dopo i palestinesi, dopo i cinesi, ora occorre mettere in luce la situazione drammatica dei cristiani in Iraq. Per farlo riporto l'articolo di Sandro Magister, vaticanista dell'espresso, recentemente pubblicato sul suo sito.

"Nella guerra che insanguina l'Iraq, combattuta principalmente da gruppi musulmani contro altri musulmani e gli "infedeli", i cristiani iracheni sono gli unici che non utilizzano né armi né bombe, nemmeno per difendersi. Non esistono in Iraq milizie cristiane armate. Di fatto essi sono il gruppo più vulnerabile e perseguitato. Nel 2000 erano più di un milione e mezzo, il 3 per cento della popolazione. Oggi si stima che siano rimasti in meno di 500 mila.

In un comunicato ufficiale diffuso il 24 maggio, il governo iracheno ha promesso protezione alle famiglie cristiane minacciate e cacciate da gruppi terroristici islamici. Anche alcuni esponenti musulmani hanno espresso solidarietà. Il passo del governo – privo però di iniziative concrete – fa seguito al drammatico appello lanciato domenica 6 maggio da Emmanuel III Delly, patriarca dei caldei, la più cospicua comunità cattolica irachena, nell'omelia della messa celebrata nella chiesa di Mar Qardagh, ad Erbil, nel Kurdistan.

La regione curda, a settentrione di Baghdad, è la sola in Iraq dove oggi i cristiani vivono in relativa sicurezza. Ad Erbil è stato trasferito il seminario caldeo di Baghdad, il Babel College con la biblioteca, i cui edifici, nella capitale, sono divenuti piazzaforte delle truppe americane, nonostante le proteste del patriarcato.

Nelle città curde di Erbil, Zahu, Dahuk, Sulaymaniya, Ahmadiya e nei villaggi cristiani del circondario affluiscono i profughi cristiani dal centro e dal sud del paese.

Poco più a nord, però, nella regione di Mosul e nella piana di Ninive, il pericolo si fa di nuovo palpabile. Qui è la culla storica del cristianesimo in Iraq. Vi sono chiese e monasteri che risalgono ai primissimi secoli. In alcuni villaggi si parla ancora un dialetto aramaico chiamato sureth e nelle liturgie si usa l'aramaico, che era la lingua di Gesù. Sono presenti comunità di vari riti e dottrine: caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, assiri d'Oriente, armeni cattolici e ortodossi, greco-melchiti.

I villaggi cristiani sono però circondati da popolazioni musulmane ostili. E ancor più pericolosa è la vita dei cristiani nella capitale della regione, Mosul. I sequestri di persona sono frequentissimi. Il rilascio avviene dopo che i famigliari hanno versato una somma tra i 10 e i 20 mila dollari, oppure hanno accettato di cedere le loro case e lasciare la città. Ma il sequestro può anche finire nel sangue. Nel settembre del 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, un gruppo denominato "Leoni dell'islam" sequestrò padre Paulos Iskandar, siro-ortodosso. I rapitori pretesero che trenta fogli di scuse per le offese arrecate all'islam fossero affissi sulle chiese di Mosul. Poi lo decapitarono. Lo stesso giorno, a Baghdad, fu ucciso un altro sacerdote, padre Joseph Petros. Disse una suora all'agenzia vaticana Fides: "Gli imam nelle moschee predicano che uccidere un cristiano non è reato. È una caccia all'uomo".

Pascale Warda, una cristiana assira, ministro dell'immigrazione nel penultimo governo iracheno, crede che sia necessario creare una provincia autonoma nella piana di Ninive, una specie di area protetta non solo per i cristiani ma anche per altre minoranze religiose come gli yazidi, cultori di un'antichissima religione prezoroastriana. Ma l'intensificarsi delle aggressioni da parte di musulmani che vivono nella stessa regione rende l'ipotesi impraticabile. Lo scorso aprile, 22 yazidi sono stati fatti scendere da un bus e uccisi su una strada vicino a Mosul. Nel 2005, un assalto terrorista massacrò i quattro assiri che scortavano la ministro.

A Mosul gruppi islamici hanno cominciato ad esigere dai cristiani il pagamento di una tassa, la jiza, il tributo storicamente imposto dai musulmani ai loro sudditi cristiani, ebrei e sabei che accettavano di vivere in regime di sottomissione, come "dhimmi".

Ma è soprattutto a Baghdad che la jiza è imposta ai cristiani in modo sempre più generalizzato. Nel quartiere di Dora, 10 chilometri a sud-ovest della capitale, ad alta concentrazione di cristiani, gruppi legati ad al Qaeda hanno instaurato un sedicente "Stato islamico nell'Iraq" e riscuotono sistematicamente la tassa, fissata tra i 150 e i 200 dollari l'anno, l'equivalente del costo vita di un mese per una famiglia di sei persone. L'esazione del tributo si sta estendendo ad altri quartieri di Baghdad, verso al-Baya'a e al-Thurat.

Ad alcune famiglie cristiane di Dora è stato detto che possono restare solo se danno in sposa una figlia a un musulmano, in vista di una progressiva conversione all'islam dell'intera famiglia. Una fatwa vieta di portare al collo la croce. Quanto alle chiese, avvertimenti a colpi di granata hanno imposto di togliere le croci dalle cupole e dalle facciate. A metà maggio, la chiesa assira di San Giorgio è stata data alle fiamme. Sette sacerdoti sono stati finora sequestrati nella capitale. L'ultimo, nella seconda metà di maggio, è stato padre Nawzat Hanna, cattolico caldeo.

Secondo una stima del governo iracheno, la metà dei cristiani hanno lasciato Baghdad e i tre quarti se ne sono andati via da Bassora e dal sud. Chi non si ferma nel Kurdistan se ne va all'estero. Si calcola che in Siria vi siano fino a 700 mila cristiani arrivati dall'Iraq, altrettanti in Giordania, 80 mila in Egitto, 40 mila in Libano. I più restano lì bloccati, senza assistenza né diritti, in attesa di un improbabile visto per l'Europa, l'Australia, le Americhe.

In Iraq i cristiani sono tradizionalmente presenti nelle professioni. Molti sono medici e ingegneri. Nelle scuole sono – erano – il 20 per cento degli insegnanti. Sono attivi nei settori informatico, edilizio, alberghiero, agricolo specializzato. Gestiscono radio e tv. Fanno i traduttori e gli interpreti, professione particolarmente vulnerabile che ha già contato trecento vittime.

La costituzione irachena stabilisce per tutte le religioni una parità di diritti che non ha eguali nelle legislazioni degli altri paesi arabi e musulmani. Ma la realtà è opposta. Ha scritto la rivista di geopolitica "Limes" in un servizio sul suo ultimo numero, il terzo del 2007:

"L'annientamento del piccolo grande popolo cristiano iracheno, erede della speranza dei profeti, corrisponderebbe alla fine della possibilità che il nuovo Iraq diventi una nazione libera e democratica".

E sarebbe una drammatica sconfitta anche per la Chiesa".

Postato da: giorgiodurante a 19:00 | link | commenti

lunedì, 04 giugno 2007
Il massacro di Tiananmen dura ancora oggi

Dopo i palestinesi, i cinesi. Questo bellissimo e drammatico articolo è tratto dal sito Asianews. E' scritto dal fondatore del primo sindacato libero cinese, Han Dongfang.

Hong Kong (AsiaNews) – La sanguinosa repressione del movimento anti-corruzione e pro-democrazia ordinata da Deng Xiaoping il 4 giugno del 1989 rende solo più evidenti i problemi della Cina attuale, piagata da corruzione e mancanza di democrazia.  Se il governo cinese non vuole perire sotto i colpi dei movimenti autonomi per i diritti civili e le sempre più frequenti proteste di massa della popolazione, deve cercare di sanare i danni creati dagli errori del passato.

 

A diciotto anni dal massacro di Tiananmen, è durissimo il giudizio sociale e politico sull’attuale leadership espresso da Han Dongfang, fondatore del primo sindacato libero in Cina ed attivista per i diritti civili della popolazione cinese. Han ha passato anni in prigione dopo i fatti di piazza Tiananmen. Ammalatosi, Pechino lo ha “liberato per ragioni mediche” (praticamente espulso) negli Stati Uniti. Al suo ritorno, le guardie di frontiera gli hanno ritirato il passaporto. Da apolide, ospitato ad Hong Kong, oggi dirige il China Labour Bulletin, con notizie sulla situazione dei lavoratori in Cina.

 

Nel suo commento in occasione dell’anniversario della repressione (che pubblichiamo integralmente) il sindacalista avverte il presidente Hu Jintao ed il primo ministro Wen Jiabao: per costruire una vera “società armonica” è necessario ritornare alle origini e tutelare prima di tutto i lavoratori ed i diritti umani della popolazione.

 

"Sono passati diciotto anni dalla sanguinosa repressione del movimento pro-democrazia di piazza Tiananmen. Fra le immagini di quel periodo che sono rimaste più impresse nella memoria – a fianco delle terribili scene dei morti e feriti per le strade di Pechino, e quella del giovane che da solo affronta un carro armato – vi sono quelle di un fragile e tremante Deng Xiaoping, l’uomo che ha ordinato il massacro, in un messaggio televisivo trasmesso il 9 giugno ai soldati ed agli ufficiali dell’esercito di liberazione popolare.

 

Queste immagini trasmettono un altro lato di quel “grand’uomo”: una persona spaventata dalle tragiche conseguenze delle proprie azioni ed in disperata ricerca di assoluzione dalla storia. Sperando di poter lavare il sangue dalle sue mani e calmare la sua anima angosciata, Deng aveva bisogno di una spiegazione per quella repressione, una giustificazione per tutti quegli omicidi: il mantra che decise di adottare fu “la salvaguardia della stabilità sociale”.

 

Nel corso di questi ultimi diciotto anni, il governo cinese ha presentato lo spettacolare sviluppo economico del Paese come una giustificazione per il massacro del movimento anti-corruzione e pro-democrazia del 1989, sostenendo che la stabilità sociale è stata la chiave della crescita economica cinese. Questa logica difettosa ha puntellato l’accanita soppressione da parte delle autorità dei dissidenti politici, l’arresto degli attivisti sindacali e la persecuzione dei sostenitori dei diritti umani. Pratiche che continuano anche oggi.

 

Negli ultimi anni, tuttavia, l’uso di tattiche di terrore per mantenere una fragile facciata di stabilità sociale in Cina ha iniziato a fallire. A diciotto anni dalla repressione di quel movimento, che si opponeva alla corruzione, questa è divenuta la malattia incurabile che colpisce il cuore del Partito comunista cinese. Allo stesso tempo, la folle corsa dello sviluppo economico ha portato alla chiara e tangibile disintegrazione di ogni strato della società.

 

Come risultato, è fiorito un movimento autonomo per i diritti civili (wei quan), che ha iniziato a penetrare nelle città e nei villaggi di tutta la Cina. Troppi cittadini sono stati colpiti dal paradigma governativo che crea una crescita economica senza democrazia, ed un numero sempre maggiore di questi ha deciso di rispondere ai colpi, usando come armi lo stato di diritto e la legge.

 

La storia del successo economico della Cina post-Tiananmen ha colpito l’immaginazione del mondo intero; ma, nei fatti, è allo stesso modo spettacolare anche il divario crescente fra ricchi e poveri che si è acuito dal 1989. Un esempio di questo sistema può essere la riforma delle imprese statali, ed in particolare la creazione del loro circuito azionistico, che ha costretto i lavoratori a divenire azionisti delle aziende in cui lavoravano: senza questo passaggio, infatti, avrebbero perso la loro “ciotola di riso”.

 

Il problema è che anche chi non aveva risparmi è stato costretto ad entrare in questo schema, pur sapendo che era una trappola. Alla fine, la maggior parte di queste aziende riformate ha dichiarato bancarotta, ed i risparmi e le azioni accumulate dai lavoratori sono divenute, semplicemente, aria. In molti casi, inoltre, la bancarotta di queste aziende è nata dalla corruzione dei loro dirigenti, che si sono intascati i proventi.

 

Anche se i mormorii di protesta si sono sentiti in tutto il Paese, per molti anni i lavoratori cinesi non hanno osato dare voce apertamente al loro risentimento, in buona parte a causa del prolungato “effetto 4 giugno”, in pratica una spada perennemente pendente sulle loro teste. Ogni tentativo di organizzare proteste viene infatti definito “minaccia alla stabilità sociale” e si scontra con una dura repressione. Come risultato di questa politica, che ha eliminato ogni opposizione, le aziende privatizzate sono divenute gradualmente un feudo personale dei dirigenti, che ne hanno intascato proprietà e proventi.

 

In pratica, le politiche governative del post-Tiananmen sono divenute uno scudo protettivo per l’incontrastata privatizzazione dei beni pubblici di tutta la Cina. Negli anni fra il 1998 ed il 2004, oltre trenta milioni di lavoratori sono stati cacciati con la forza dalle nuove aziende private. Un’enorme quantità di questi lavoratori, e le loro famiglie, sono state gettati in uno stato di povertà permanente, mentre i corrotti funzionari statali e dirigenti d’industria sono divenuti multi-milionari.

 

La dura politica di repressione di Deng Xiaoping, adottata nel 1989, è stata un errore; cercare di giustificare omicidi e terrore politico in nome della stabilità è stato un altro errore; mantenere la repressione politica in cambio di una rapida crescita economica, per diciotto anni, è stato il terzo errore. Come risultato di questi errori, il governo cinese ha perso la splendida opportunità che si era presentata gli inizi degli anni ’80, ovvero iniziare delle riforme politiche e costruire un sistema democratico.

 

Due decenni dopo, mentre quella facciata di stabilità sociale inizia a cedere sotto il peso della crescente rabbia dei lavoratori e dei movimenti per i diritti civili, il Partito si rende conto che non ha più alcuna scelta, se non quella di riformare sin dalle fondamenta la sua abilità di governo e ri-esaminare la base fondante della sua legittimità.

 

Per questo motivo, per cercare di attenuare il crescente risentimento pubblico e fermare le proteste di massa che esplodono per tutta la Cina, i leader cinesi sono stati obbligati a spingere l’obiettivo di creare una “società armonica”. Eppure, è impossibile creare una società di questo tipo senza avere la fiducia e le fedeltà della popolazione. Ed il presidente Hu Jintao, insieme al primo ministro Wen Jiabao, non possono pretendere di ottenere questi fattori semplicemente desiderandoli, o applicando una repressione sociale: dovranno ottenerli raggiungerli in pratica quelle politiche “dirette al popolo” che dicono di voler attuare.

 

L’uomo che ha ordinato il massacro del 4 giugno è morto dieci anni fa, ed in Cina sono cambiate in maniera radicale sia la leadership che le politiche socio-economiche. Ma a livello politico, sono rimaste in vigore tutte quelle tattiche del terrore approvate anni fa, e persiste ancora “l’effetto 4 giugno”. L’attuale leadership cinese ora deve fare delle nuove scelte, e smettere di ripetere gli stessi errori del passato. Solo così potrà creare veramente una “società armonica” e ridare al Partito popolarità e legittimità.

 

I grandi errori del passato non possono essere cancellati, ma i leader attuali potrebbero, se hanno vera lungimiranza e giudizio politico, almeno iniziare a ripararne i danni. Fino a che questo non avviene, rimarrà aperta quella tenda sulla tragedia nazionale che è stata spalancata da ciò che è avvenuto a Pechino diciotto anni fa".

 

Postato da: giorgiodurante a 18:22 | link | commenti

sabato, 02 giugno 2007
Il dramma infinito

Riporto un articolo emblematico sul continuo dramma dei palestinesi, sulla cui vita non specula soltanto Israele.

 

BAQAA (Giordania) "Il brutto è quando ti chiedono di alzare la maglietta e sul fianco, da parte a parte, compare il sorriso sghembo di uno scherzo cattivo che ti sei fatto da solo. Il peggio è che in tanti possono chiederlo: la polizia per arrestarti, i tuoi genitori che non ti parleranno più per mesi, i genitori della fidanzata per sapere «se sei uno di quelli». Resta solo la cicatrice, i soldi sono andati, quasi tutti e quasi subito, i ricordi stanno rintanati. I ricordi di come è cominciato il viaggio, di chi ha iniziato questa catena di Sant'Antonio dove i santi vanno all'inferno, di un vicino di casa che è stato via per un paio di settimane ed è tornato un po' ricco. Il campo rifugiati di Baqaa è grande e sovrappopolato.

Non ci sono segreti per i 130 mila palestinesi che ci vivono ammassati. I blocchi di cemento stanno appiccicati uno sull'altro, tra le vie strette rotolano il pattume e i pettegolezzi. «È stato facile — racconta Ahmad —. Ho chiesto a qualcuno, che sapeva di qualcun altro, un cugino, un parente. Ho detto "portatemi, voglio venire anch'io". Adesso non lo rifarei, allora sembrava una soluzione: vendere un rene e con il guadagno aprire un ristorante». Allora Ahmad era ancora più giovane, 23 anni. «Alla fine del 2000 sono arrivato a Bagdad, in autobus da Amman. Ho eseguito i test, il mediatore ha cercato un cliente compatibile con i miei tessuti e il mio gruppo sanguigno».

Qualcuno disposto a pagare fino a 20 mila dollari per comprarsi la libertà dalla macchina per la dialisi. Il ministero della Sanità ha rivelato che ottantuno giordani sono andati all'estero — tra Iraq, Egitto, Pakistan, Cipro, Libano — a vendere un organo. La maggior parte vengono da Baqaa e come Ahmad sono giovani sotto ai trent'anni, senza lavoro, che credono di aver trovato una scorciatoia per uscire dalla miseria. Il ministro Saad Kharabsheh non vuol parlare di «fenomeno sistematico». I medici sanno che i casi potrebbero essere centinaia, nel dossier sono finiti solo gli episodi arrivati in tribunale. «Il 99% sono uomini, il 46% è sposato, il 43% vive sotto il livello di povertà, il 60% non ha finito le scuole», spiega il nefrologo Mohammed Lozi, tra i fondatori dell'organizzazione che promuove le donazioni legali. La legge favorisce gli scambi tra parenti e vieta il commercio di organi: i trafficanti rischiano fino a sei mesi di carcere, una multa di 6-8 mila dollari (quest'anno sono già state arrestate dieci persone). L'intermediario di Ahmad è un libanese con passaporto iracheno e contatti in tutto il Medio Oriente. «Talal, così si chiama o si chiamava. Ho saputo che è stato arrestato, forse l'hanno condannato a morte. Da quando è scoppiata la guerra nel 2003, in pochi hanno corso il rischio di andare a Bagdad per vendersi un rene. Non abbiamo più notizie. Se arrivavi e non eri convinto, ci pensava lui dissuaderti. Elegante, giacca e cravatta, un uomo d'affari. Ti fidi. Dicono che muovesse armi, droga, esseri umani».

Fino a quattro anni fa, il 70% del traffico illegale dalla Giordania andava verso l'Iraq. «Adesso la destinazione è soprattutto l'Egitto — continua il dottor Lozi — dove è vietato comprare un rene da un egiziano ma è consentito se il donatore viene dall'estero. Al Cairo ti operano anche in un appartamento, cliniche improvvisate, gli standard medici e igienici sono bassissimi, c'è il rischio di infezioni. Dopo pochi giorni, il donatore viene minacciato e buttato fuori dal Paese, non riceve le cure necessarie». Ahmad è rimasto a lungo a Bagdad. E non è stata una fortuna. Ha lo sguardo furbo di chi vuole divertirsi e lo sguardo indurito di chi ha capito che non può prendersi un pezzo della torta neppure se dà via un pezzo del suo corpo. «Vivevo in un appartamento con altri quattro giordani, due da Baqaa e due da Salt. Talal ha pagato le spese per un mese, fino a quando ha trovato il cliente, uno yemenita. Ho voluto incontrarlo, abbiamo parlato per quasi un'ora. Ho pensato "lo sto aiutando, vivrà più a lungo". Una mattina mi hanno svegliato e mi hanno detto che era il giorno dell'operazione. Ho avuto paura. Talal I trapianti avvengono in Egitto, Libano, Pakistan, Cipro mi ha pagato 6 mila dollari, lui ne ha intascati 20 mila. Dopo l'intervento, ho vissuto là un altro mese e ho speso tutto. Talal è proprietario di nightclub, ristoranti. Il mio rene se n'è andato in alcol e ragazze». Decide di tornare a casa, ha bisogno di soldi. «Il libanese mi ha promesso 500 dollari per ogni persona che gli avessi portato, sono ripartito sette giorni dopo con due palestinesi di Baqaa. Adesso ho smesso, ho capito che è sbagliato». Ahmad ha smesso, i viaggi della disperazione continuano.

Nel campo rifugiati raccontano di un cameriere che è andato al Cairo otto mesi fa e ha venduto l'occhio sinistro, per un trapianto di cornea. «Non avrebbe mai risparmiato quella cifra in tutta la vita», dicono. I «privilegiati» hanno il gruppo sanguigno «0 negativo», più raro, alla Borsa degli organi un loro rene può valere 50 mila dollari. «Stiamo cercando di ridurre il fenomeno con una campagna di educazione — spiega El-Lozi —. Abbiamo portato in televisione chi ha mercanteggiato un organo per far capire quanto è pericoloso. Allo stesso tempo, vogliamo favorire le donazioni in Giordania, partendo dal consenso per gli espianti da cadaveri». Alcuni leader musulmani, preoccupati dal traffico clandestino tra i Paesi arabi, sostengono che gli imam debbano pronunciarsi con una fatwa per fermare lo scambio illegale. Solo sua madre ha provato a fermare Ibrahim. Quando ha capito che stava andando in Iraq, lo ha denunciato alla polizia. «La segnalazione è arrivata alla frontiera troppo tardi — racconta lui, 27 anni — e sono riuscito a passare. Sono stato arrestato al ritorno, mi hanno interrogato per sapere il nome del mediatore». Nel 2002 il rene di Ibrahim è passato a un palestinese venuto dalla Cisgiordania. «Ho ricevuto 3 mila dollari, la metà li ho spesi a Bagdad». Il corpo è minuto, fragile, non ha più i muscoli che si era costruito in palestra, istruttore per chi se lo poteva permettere, pochi che pian piano sono diventati nessuno e Ibrahim ha perso il lavoro. Si sente fortunato, è sposato da sei mesi, la moglie Doha è incinta. «Quando ci siamo fidanzati, ho raccontato ai genitori di aver venduto un rene. L'avrebbero saputo da altri, comunque. La gente di Baqaa mi scruta con occhi diversi, con disprezzo. Ogni sera guardo la cicatrice e penso: "I soldi vanno e vengono, il mio rene non ritorna"».

Davide Frattini, Corriere della Sera, 2 giugno 2007

 

Postato da: giorgiodurante a 10:17 | link | commenti