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"Dove sta andando la scuola italiana? Tutti puntano il dito contro professori e aule scolastiche, ma sono proprio loro i colpevoli di questa crisi dell'istituzione scolastica o è il modello educativo in genere ad essere entrato in crisi? Ne parleremo con alcuni scrittori in una serie di interviste. La prima a prendere la parola è Paola Mastrocola, professoressa e scrittrice, che ha sempre posto al centro dei suoi libri la necessità di un cambio di rotta rispetto alle difficoltà che si respirano tra i banchi.
Oggi la scuola italiana sembra profondamente in crisi, nonostante le riforme che cercano di cambiarne l'assetto e di introdurre elementi di novità. Cosa non va nel sistema scolastico?
«Credo che sia profondamente ingiusto dare tutta la colpa alla scuola rispetto a un degrado raccontato dai giornali solo nelle punte più sensazionali. Diciamocelo, una volta per tutte: se c'è una istituzione che è meno colpevole di altre, è proprio la scuola, perché è l'unica che cerca ancora di contrapporsi al degrado di valori che viene dal mondo esterno. La scuola cerca ancora di intervenire sulle questioni affettive, in qualche modo istituisce un'idea di disciplina e di onesta autorità e autorevolezza a cui in altri settori costantemente si abdica».
Allora, se la scuola assorbe un vuoto che viene dall'esterno, contro chi è necessario puntare il dito?
«Mi irrita sentire frasi generiche come "È colpa della società". Non è possibile rimanere sempre in questo ambito dell'astratto. La società si declina in istituzioni e ce ne sono alcune che sono veramente fallite, creando un mondo di adulti che si riflette negativamente sul pensiero e sulla crescita dei ragazzi».
Possiamo fare i nomi di queste istituzioni?
«Certamente. Io direi che sono in profonda crisi la famiglia, la politica e la televisione. Vedo genitori che sembrano ignorare che l'impegno educativo è oneroso e richiede tempo, fatica, sforzi. Il fatto di dire "no" alle richieste dei figli si contrappone nettamente alla sua necessità di spensieratezza. La politica non è da meno: è diventata cialtrona, irresponsabile, volgare, in balia di scandali, tra intercettazioni e leggi come quella dell'indulto che fanno perdere credibilità. Non abbiamo messaggi esemplari, oggi, dal mondo dei politici, dove trionfano privilegi e arroganza. Non c'è più il senso della serietà e della responsabilità. Infine indicherei il mondo dell'arte e dello spettacolo: la televisione, il cinema, i libri. Quando mi è capitato di vedere spezzoni dal Grande fratello non riuscivo a credere ai miei occhi. Da che parte si va, se non verso il nulla, tra le pupe e i secchioni e gli amici della De Filippi?».
Il problema è quello dei messaggi che passano ai ragazzi che, educativamente, sono pessimi. È così?
«La televisione è un esempio, ma il problema va allargato al mondo dell'arte che non veicola più messaggi alternativi, positivi ed esemplari. L'arte deve migliorare le persone, non peggiorarle e per questo ha una grande responsabilità».
Un esempio concreto, in relazione anche ad un effetto negativo sulla realtà del mondo giovanile?
«Un film che secondo me andrebbe ritirato per il potenziale di diseducazione che contiene: Notte prima degli esami oggi. Basta analizzarlo per capire i messaggi distorti che veicola: gli adulti fanno una figura catastrofica. Il padre è l'amante della professoressa di matematica del figlio. La prof esorta i ragazzi non a studiare, ma a far bene la partita di calcetto. In tutto il film non si vedono lezioni né qualcuno che sta studiando, tutti sono impegnati a pensare ad avventure sentimentali. Fa parte anche questo del mondo dei ragazzi, ma non può essere mostrato come il loro unico interesse. Impressionante è poi il finale: lo studente passa la notte in treno facendo sesso con la ragazza, quindi si trova in un'altra città, chiama il padre che va a prenderlo senza chiedergli niente. Arriva in ritardo e a questo punto il presidente di commissione non lo ammette. Per protesta i compagni abbandonano la sede degli esami e il presidente ritratta la sua decisione e ammette tutti. Il messaggio finale quindi è quello di un adulto complice del mondo giovanile, che se dà una regola subito la ritratta. E in più c'è una frase detta dal padre: "Sbagliando non si impara". Non è possibile. È un film dannoso, non c'è ironia critica. Nessuno paga niente. Diventa un invito alla deresponsabilizzazione totale».
E ci ritroviamo con i filmati su Internet e le proteste sul bullismo…
«No, il bullismo è un'altra cosa. Quelle sono buffonate che lasciano il tempo che trovano e non meritano indignazione, tanto più che il continuo parlarne genera un processo d'imitazione. Fanno comodo ai giornalisti che hanno bisogno di sensazionalismo, ma queste imprese andrebbero lasciate cadere nel nulla cui appartengono».
Da dove viene il disagio della scuola, allora?
«Dal fatto che non c'è più nessuno che chiede di avere una meta, un obiettivo di crescita personale. I ragazzi sono lasciati liberi a se stessi, affinché non disturbino la quiete edonistica familiare. Il problema di noi insegnanti è che non sappiamo più che cosa insegnare e se pretendere lo studio o no. Le innovazioni proposte dai vari ministri che si sono succeduti in questi anni rischiano di lasciare la scuola in un cumulo di macerie. Non c'è nessun progetto di ricostruzione della montagna. Ognuno deve trovare la sua strada, inventarsi la propria didattica. Oggi si vuole una scuola personalizzata sull'allievo. L'istituzione invece per poter crescere e poter continuare ad avere credibilità deve reggersi su principi condivisi. Saltato il sistema della condivisione, con la crisi delle istituzioni, la scuola brancola nel buio e deve affidarsi alla buona volontà e del buon senso dei professori. Oggi la scuola ha tutti contro, i genitori per primi, che non vogliono che il figlio impari a studiare ma sia solamente promosso; alla fine vincono loro, perché nella scuola di massa l'utenza ha sempre ragione. Non è ammissibile. La scuola deve sapere dove andare».
Per parte mia, ricordo solo che il contratto di lavoro degli insegnanti è scaduto dal 31 dicembre 2005. Ovviamente al Governo interessano di più altre cose. E anche ai direttori dei giornali.
"Andrò al Family Day. Decisione individuale e privata di un elettore qualunque dell’Ulivo. Ma se persino nel più «laico» dei partiti della coalizione di governo, quale i Ds, ci sono segnali di una riflessione in merito, forse è tempo che una serie di scelte individuali vengano dichiarate.
Le ragioni per andare al Family Day, anche per un cittadino che appoggia i Dico, anche al fianco delle organizzazioni cattoliche più conservatrici, sono, a mio parere, scritte nel Dna stesso della sinistra.
1) Nella storia del movimento operaio, la famiglia è sempre stata un punto fermo della propria identità sociale; l’istituzione a cui, nell’esperienza concreta delle classi popolari, si è ancorata la solidarietà più generale, formata a immagine e somiglianza proprio delle relazioni solidali che la famiglia offre. Il movimento operaio e i suoi dirigenti hanno sempre abbracciato (fino al moralismo) un sistema di vita personale e familiare di massima austerità, indicando in questa scelta una intera scala di valori che si opponeva orgogliosamente alla «libertà» con cui il mondo borghese viveva i suoi legami familiari. In Italia la famiglia operaia è stata così elemento propulsore nella creazione della società opulenta di oggi: dagli anni dell’immigrazione ai sacrifici per le scuole ai figli, ai sacrifici per comprare casa, è nell'ambito familiare che le classi più povere hanno trovato il parametro per speranze e riscatto. Infine, dentro la famiglia come luogo innovativo per nuove parità e nuove libertà è passata anche (in negativo e in positivo), più di recente, tutta l’ambizione a nuove relazioni umane. I figli omosessuali, o quelli che non vogliono più il matrimonio tradizionale, i ribelli e i single, l’Italia tutta che vuole i Dico, insomma, esce da questa esperienza familiare consolidata: e nella vita reale è nell’ambito delle famiglie che le irregolarità trovano spesso soluzione. Ancora oggi il popolo della sinistra rivendica così l’orgoglio di scelte familiari etiche - nel rispetto della propria tradizione. La famiglia non è affatto un valore soltanto cattolico.
2) Le ragioni della cronaca e della politica stanno modificando l'immagine della sinistra. Un trans è entrato in Parlamento; la foga della battaglia con la Chiesa ha spostato i Dico su toni di estremismo omosessuale; e la stessa foga di difesa politica ha portato la sinistra ad affrontare il caso Vallettopoli e Sircana rifugiandosi in una sorta di indifferenza di giudizio - con quella frase ripetuta «nel privato ognuno fa quello che vuole». Ma davvero è così? Davvero non ci sono limiti se non quelli dei bigotti alle scelte delle persone? È davvero perfettamente indifferente cosa si fa nel privato - indifferente, ad esempio, nella nostra difesa della dignità delle donne, nel rifiuto dello sfruttamento (sessuale oltre che materiale?); indifferente nella educazione dei figli, nella delineazione di una società diversa? Il rischio insomma è che la sinistra finisca schiacciata oggi, al di là della sua volontà, nel ghetto di una somma di differenze indifferenti. Dire un sì deciso all’idea di famiglia serve anche a strapparsi da questo possibile ghetto.
3) La sinistra è oggi al governo - deve dunque continuare a raccogliere consenso per continuare i suoi progetti. Rompere con la Chiesa, e ancora di più con le organizzazioni cattoliche, è un calcolo che non ha senso neppure dal punto di vista - minimo ma necessario - dei numeri. A chi giova dunque, ed ecco la terza ragione per sfilare nel Family Day, spaccare il dialogo sociale?
È una ragione forse eccessivamente tattica, ma anche squisitamente politica. Perché ripropone al governo di centrosinistra un dilemma decisivo: se cioè nel governare un Paese conti più la battaglia di identità o la costruzione di coesione sociale. La risposta data a questa domanda è stata finora a favore delle identità: la legge sui Dico è diventata infatti infinitamente più rilevante di quello che è nella realtà del Paese per il suo significato simbolico. Ma ai fini del bene pubblico, non è forse più rilevante la possibilità di costruire intorno a un principio una identità condivisa, magari costruita nel tempo, ma decisamente più ampia? Recenti sondaggi sul calo di popolarità del governo sostengono che i Dico vi giocano un grande ruolo: non è questo forse un monito?".
"Il collegio dell’Autorità perde un consigliere. Così il presidente guadagna 80 mila euro in più
Stipendi cresciuti del 20 per cento in tre anni. Ad Alessandro Ortis e Tullio Maria Fanelli, presidente e commissario dell'Aeeg (Autorità per l'energia elettrica e il gas), il caro bolletta non ha fatto poi tanto male. A denunciare la vicenda è stato il deputato Aleandro Longhi (ex diessino, ora vicino al Pdci) che il 14 marzo ha presentato un'interrogazione alla Camera. Secondo Longhi gli aumenti sarebbero anche maggiori: raggiungerebbero il 30 per cento, con un aumento pro-capite, per presidente e commissario, di circa 100 mila euro in tre anni. «Su questi stipendi – dice Longhi - dovrebbe esserci un controllo parlamentare». Ma l'Aeeg precisa: l'aumento è del 20 per cento. E in quanto al controllo, poi, fanno sapere: i compensi del collegio - per legge - sono equiparati a quelli del presidente della Corte Costituzionale e dei suoi componenti.
Le cifre
E veniamo alle cifre. A febbraio 2003, il presidente dell'Aeeg guadagnava 388.264 euro. Già cinque mesi dopo, con un conguaglio, passava 414.713 euro. Il suo stipendio, oggi, è di 465.722 euro. Il commissario invece passa dai 323.554 euro del 2003 ai 388.102 euro di oggi. Nata nel 1995, l'Autorità che si occupa dell'energia elettrica e del gas, è sottoposta sia al Ministero dello sviluppo economico (che propone i membri del collegio) sia a quello dell'Economia (che vaglia le loro indennità). E a guardare il suo bilancio, in realtà, gli stipendi del collegio sembrano diminuire. Nel 2003, alla voce «compensi al presidente e ai membri dell'autorità», troviamo la seguente cifra: 1 milione e 38 mila euro. Nel 2006, invece, i compensi ammontano a soli 895 mila. Bene. Il punto è che il collegio, nel frattempo, ha perso un pezzo. Luglio del 2004: Fabio Pistella, chiamato alla presidenza del Cnr, si dimette. La terna diventa un duo. Sebbene la legge prevedesse, all'epoca, un triumvirato, la coppia è rimasta tale fino ai giorni nostri: presidente Alessandro Ortis, commissario Tullio Maria Fanelli. E se con 1 milione e 38 mila euro, nel 2003, si pagavano tre persone, con 895 mila euro, oggi, se ne pagano solo due. Soldi che l'Aeeg preleva direttamente dalle tasche dei contribuenti, cioè dalla bolletta energetica, prelevandone lo 0,3 per mille.
Il prelievo
In realtà, pur potendo elevare il prelievo fino all'uno per mille, l'Autorità non ha mai superato lo 0,3, ma Longhi precisa: «Il prezzo dell'energia elettrica è correlato al prezzo del greggio, e lo 0,3 per mille dei ricavi, nel tempo, assume una valenza diversa». E infatti per il 2006, l'Aeeg prevede – nero su bianco - introiti per 23 milioni di euro. Ma a fine esercizio incassa 29 milioni. E sempre sulla base dello 0,3 per mille. Il punto è che negli ultimi tre anni, il costo della bolletta energetica è risultato in costante aumento.
La sede
In compenso, però, l'Autorità, che è dislocata a Milano, decide di acquistare la sede di Roma, utilizzata finora in comodato d'uso. Costo preventivato: 7 milioni e 50 mila euro. «Il decreto che istituisce l'Autorità a Milano – contesta Longhi – non prevede alcuna altra sede. Ma l'ufficio di Roma, in realtà, si è trasformato nella sede principale, il che costringe i dipendenti a continui spostamenti da Milano». Dall'Aeeg precisano che la sede di Roma è necessaria per il coordinamento con Parlamento e Governo. E' attiva dal 1996, appartiene a un ente disciolto, il cui patrimonio è in fase di liquidazione: il suo acquisto, quindi, porrebbe fine a una situazione di provvisorietà. Gli spostamenti, infine, sarebbero ridotti al minimo grazie alla telecomunicazione".
Antonio Massari, La Stampa
"Non startene nascosto
nella tua onnipresenza. Mostrati,
vorrebbero dirgli, ma non osano.
Il roveto in fiamme lo rivela,
però è anche il suo
impenetrabile nascondiglio.
E poi l'incarnazione - si ripara
dalla sua eternità sotto una gronda
umana, scende
nel più tenero grembo
verso l'uomo, nell'uomo... sì,
ma il figlio dell'uomo in cui deflagra
lo manifesta e lo cela...
Così avanzano nella loro storia".
Mario Luzi, Non startene nascosto.
Caro prof,
giro anche a lei questa petizione che mi sembra MOLTO seria.I
o ho firmato,mi sembra giusto,e sono il 55.543esimo firmatario.
Proviamo a crederci...Utopia? forse. Ma tentare non costa nulla.
Fa troppo male respirare le polveri sottili e vedere persone a cui si vuole bene morire di cancro intorno a sé per il benessere delle multinazionali petrolifere che da anni si arricchiscono alle nostre spalle.
Chiediamo alla Commissione Europea (dipartimento dell'ambiente) di creare una legge che obblighi i padroni del petrolio ad installare accanto ad ogni distributore di benzina almeno un distributore ad idrogeno e di incominciare a produrlo utilizzando energie rinnovabili.
In parole povere questa legge favorirà l'introduzione sul mercato delle automobili ad idrogeno a ZERO INQUINAMENTO e ad alte prestazioni!!!Finalmente potremo respirare a pieni polmoni e anche i figli dei nostri figli!
L'auto del futuro esiste già ed in vari modelli!
Bastano 800.000 firme per far abbassare la testa ai padroni del petrolio. Firmate la petizione per voi, i vostri amici e parenti! Cogliamo questa opportunità e facciamone un'arma, anche per altre piccole battaglie.
FIRMA LA PETIZIONE A QUESTO INDIRIZZO:
http://www.petitiononline.com/idrogeno/petition-sign.html
PS: per favore, fatela girare, questa e' seria ... non diciamo poi che non cambia mai niente se non ci impegniamo almeno in queste occasioni.