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sabato, 24 febbraio 2007
Onorevole, sia dia un taglio

Ecco perché Prodi, malgrado qualche sussulto di coerenza personale e politica da parte di qualche senatore, può dormire sogni tranquilli. L'articolo, di Primo Di Nicola, è tratto dall'Espresso di un paio di settimane fa, ma è ancora attualissimo.

Pensioni da 3 a 10 mila euro al mese. Con soli cinque anni di mandato. Prese già a 50 anni. E cumulabili con qualsiasi altro reddito. È il vitalizio di cui godono gli ex parlamentari. Ma per i loro privilegi nessuno parla di riforma

Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età. Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.

Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite. Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese. Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.


Viva il cumulo
Veltroni e Negri non sono episodi isolati. Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi). E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese. Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura. O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati. Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare.

Riforma? Solo per gli altri
E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni". Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore.

Ma una cosa balza evidente sfogliando i riservatissimi regolamenti pensionistici: i sacrifici previdenziali non sembrano riguardare i parlamentari. Le regole che si sono date stanno lì a dimostrarlo. Per i deputati è in vigore un regolamento approvato con una riforma dall'Ufficio di presidenza nel luglio del 1997. Recita che gli onorevoli il cui mandato parlamentare sia iniziato successivamente alla XIII legislatura del 1996 conseguono il diritto alla pensione al raggiungimento dei 65 anni. L'unico vincolo è quello della contribuzione: devono essere stati fatti versamenti per almeno cinque anni, quelli di una legislatura piena. Così, almeno per l'età pensionabile, gli onorevoli sembrano allineati al resto della cittadinanza. Ma si tratta di un'illusione. Fissato il limite ecco gli sconti. Sì alla pensione a 65 anni ma, attenzione, l'età minima per il vitalizio scende di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni. Ma non è finita. Una gran parte dei deputati risulta eletta prima del 1996. Per loro resta valida la normativa in vigore prima della riforma. E cosa stabilisce questa normativa? Che si ha diritto al vitalizio all'età di 60 anni, riducibili a 50 utilizzando tutti gli anni di mandato accumulati oltre i cinque minimi richiesti. Morale della favola? Con oltre tre legislature, per esempio 20 anni di contributi, si può andare in pensione addirittura sotto i 50 anni.

Ancora più generosi si rivelano i senatori: sotto la spinta delle critiche degli anni Novanta, anche a Palazzo Madama hanno varato una riforma previdenziale con la quale gli eletti a partire dalla XIV legislatura del 2001 hanno diritto alla pensione solo a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni. Ma si tratta di pura apparenza. Fatta la norma, cominciano le deroghe. Anzitutto, per coloro che hanno conquistato lo scranno prima del 2001, per i quali il privilegio antico di riscuotere il vitalizio a 60 anni con una legislatura, a 55 con due e addirittura a 50 anni dopo tre mandati resta immutato. Ma un trucchetto c'è anche per gli eletti del 2001: quelli che avranno collezionato un secondo mandato potranno anch'essi scendere a 60 anni. Insomma, chi la dura la vince.

Io la preferisco baby
Fine delle facilitazioni? Macché. Il comune cittadino può andare attualmente in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età. Se lo scalone di Maroni non sarà toccato dal governo Prodi, dal prossimo anno ci vorranno addirittura 60 anni. Deputati e senatori potranno invece affrontare la vecchiaia con il conforto di ricche pensioni-baby. Secondo i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama il diritto al vitalizio si acquisisce versando le quote contributive (attualmente 1.006 euro mensili) per almeno cinque anni di mandato. Davvero una bella differenza con i 20 anni di contributi minimi richiesti ai cittadini per la pensione di vecchiaia. E non basta. I parlamentari hanno voluto annullare anche gli effetti dell'instabilità politica che in Italia, si sa, porta sovente alla chiusura anticipata delle legislature. Come? Decidendo all'unisono che in questi malaugurati casi 2 anni e sei mesi di effettivo incarico sono sufficienti per il diritto alla pensione. Basta pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti. E senza nemmeno affannarsi con i versamenti: agli onorevoli parlamentari è infatti permesso di saldare anche a 'fine mandato e in 60 rate'. Più facile di così!

Rivalutazione automatica
Acquisito il diritto, si passa all'incasso. Naturalmente, sfruttando un altro privilegio legato al metodo di calcolo del vitalizio. A partire dal 1996, con la riforma Dini, i lavoratori italiani hanno dovuto dire addio al vantaggioso metodo retributivo, che ancorava la pensione ai livelli di stipendio della parte finale della carriera, per soggiacere ai rigori del contributivo, in base al quale l'ammontare della pensione è legato al valore dei versamenti effettuati nell'arco dell'intera carriera. Ancora una volta, deputati e senatori fanno eccezione. Come viene calcolato il loro vitalizio? Sulla base dell'indennità lorda (12 mila 434 euro) e degli anni di contribuzione. A ciascun anno è legata una percentuale: per cinque anni di mandato si ha diritto al 25 per cento dell'indennità (pari a 3 mila 109 euro lordi di vitalizio); per 10 al 38 per cento (pari a 4 mila 725 euro); per 20 al 68 per cento (8 mila 455 euro); fino ad arrivare all'80 per cento dell'indennità per i 30 anni e oltre (9 mila 947 euro). Con una ulteriore blindatura della base di calcolo: la cosiddetta 'clausola d'oro' grazie alla quale il vitalizio si rivaluta automaticamente essendo legato all'importo dell'indennità del parlamentare ancora in servizio.

Niente male davvero, soprattutto se si vanno a vedere le cifre versate dai parlamentari per riscuotere la pensione. Prendiamo il caso di un deputato cessato dal mandato nell'aprile 2006 ed eletto per la prima volta nel '94. Il suo mandato effettivo è di 12 anni, essendosi la XII legislatura ('94-'96) chiusasi anticipatamente dopo appena due. Ma sommando i contributi versati per riscattare i 3 anni mancanti (36 mila euro) a quelli regolarmente pagati durante il mandato (128 mila euro), l'onorevole neopensionato alla fine avrà versato complessivamente circa 164 mila euro per 15 anni di contribuzione. Un 'sacrificio' che gli consente di incassare oggi un assegno mensile di 6 mila 590 euro lordi. Con quali altri vantaggi? Nell'ipotesi che abbia oggi 57 anni e che viva fino a 87, come ipotizzato dall'onorevole Rutelli, questo deputato incasserà alla fine 2 milioni 372 mila euro a fronte dei 164 mila versati. Un giochino che farà rimettere alla Camera ben 2 milioni 200 mila euro. E per un solo deputato. Dove porterà l'andazzo? Montecitorio (dati 2006) ha in carico 2005 pensionati (reversibilità comprese): gli costano 127 milioni di euro a fronte dei 9 milioni 400 mila di entrate relative ai contributi versati dai deputati in carica. Altrettanto critica è la situazione al Senato che con le sue 1.297 pensioni spende ogni anno quasi 60 milioni a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate ricavate dai versamenti dei senatori in servizio. Un'autentica voragine con un 'buco' nel 2006 pari a 174 milioni di euro. Fino a quanto reggerà il sistema? "Noi nemmeno ci poniamo il problema", spiega un funzionario del Senato. Ci pensa lo Stato a ripianare ogni anno il disavanzo.

Qualcuno che si scandalizza per queste storture c'è anche in Parlamento. E magari, come il diessino Cesare Salvi, autore con Massimo Villone del bestseller 'Il costo della democrazia', invoca pure un intervento legislativo per allineare i parlamentari al resto dei cittadini: "Basta con questi scandalosi trattamenti di favore", dice, "ci vuole il contributivo per tutti".

Governo con vitalizio Anche il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, di Rifondazione, chiede una riforma: "Sarebbe bello se con un atto unilaterale la politica scegliesse la strada di un ridimensionamento dei propri privilegi". Che ci pensi magari il governo, con la prossima 'lenzuolata' riformatrice? C'è da sperarlo, anche se proprio nei ranghi dell'esecutivo si annida un robusto, nuovo drappello di privilegiati: quello dei parlamentari eletti nello scorso aprile, come Roberto Pinza, imbarcati nel secondo governo Prodi e costretti a dimettersi per gli accordi presi dai partiti della maggioranza. Curioso e fortunato destino, il loro. Fossero restati deputati o senatori non avrebbero potuto riscuotere il vitalizio; come ex, invece, nonostante incassino anche indennità e stipendi proprio in quanto viceministri e sottosegretari "non parlamentari" (198 e 192 mila euro l'anno rispettivamente) possono tranquillamente intascare anche la pensione. In tutto sono 2 viceministri e 18 sottosegretari. Altri tre casi tra i tanti: Ugo Intini, vice di Massimo D'Alema agli Esteri, che oltre alla 'paga' spettantegli come membro dell'esecutivo, prende un vitalizio di 8 mila 455 euro lordi; Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia che incassa 4.725 euro e Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico, Rifondazione comunista, che a 56 anni riscuote anche una pensione di 6 mila 600 euro lordi al mese".


Aggiungo solo che, secondo me, mettere fine a questi scandali dovrebbe essere la prima riforma di un Governo realmente "di sinistra".


Postato da: giorgiodurante a 17:03 | link | commenti (1)

giovedì, 15 febbraio 2007
Mi contrappongo, dunque esisto

Siamo sempre nel pieno del muro contro muro, non se ne può più. Come vado ripetendo da settimane, quando io sento odore di grandi contrasti di principio, di battaglie per i valori supremi, di contrapposizioni insuperabili, di vesti stracciate contro la coscienza individuale, mi domando sempre che cosa tutto questo polverone mediatico cerca di nascondere. E mi rispondo che, forse, tenta di oscurare i problemi veri delle persone, la loro difficoltà a vivere, a trovare un senso alle cose che fanno. Magari tenta anche di mettere tra parentesi i problemi concreti, le difficoltà di sempre più persone ad arrivare alla fine del mese fra gli stipendi che non salgono e le tasse che aumentano (Obiezione: oooh, che cos'è il vile denaro di fronte ai grandi principi non negoziabili o alla laicità dello Stato????? Peccato che queste cose le dicano quei moralisti che di denaro ne hanno sempre abbastanza...).
Allora penso. Allora leggo. E così ho trovato un articolo di Pietro Ichino, giornalista, professore di economia, di recente nel mirino delle nuove Brigate Rosse. Lo pubblico di seguito perchè mi sembra molto vicino alla mia sensibilità e ai pensieri che sto facendo in questi giorni, sia pure su tematiche un poco diverse.
Ma quando finirà questa voglia di esistere e di definirsi solo perché c'è un avversario con il quale contrapporsi?

"Perché in Italia fare questo mestiere è così pericoloso? Carlo Castellano, dirigente industriale colpevole di accordi innovativi sull’organizzazione del lavoro, ferito gravemente, poi perseguitato ancora per anni dagli stessi aggressori (1977); Filippo Peschiera, giuslavorista, democristiano di sinistra, ferito gravemente (1978); Guido Rossa, sindacalista Cgil all’Italsider, ucciso (1979); Gino Giugni, giuslavorista, grande architetto delle riforme in materia di lavoro fin dagli anni Sessanta, ferito gravemente (1983).

E ancora: Ezio Tarantelli, economista del lavoro, ideatore della riforma della scala mobile che ci ha consentito di vincere la scommessa di Maastricht, ucciso (1985); Massimo D'Antona, giuslavorista, consigliere dei ministri del Lavoro e dei Trasporti, ucciso (1999); Marco Biagi, giuslavorista, autore della riforma che porta il suo nome, ucciso (2002); e sono solo i nomi più noti tra i tanti che negli ultimi trent'anni hanno pagato col sangue il loro impegno sul fronte del lavoro.

La vicenda di quest'ultima riforma del lavoro può aiutarci a capire almeno un aspetto di questo meccanismo infernale. Marco Biagi ha scritto di suo pugno il progetto di una legge sul mercato del lavoro, che era per molti aspetti la naturale prosecuzione del cammino di riforma avviato con le leggi Treu del 1997. Ma che cosa disponesse davvero quella legge non interessava molto, né a destra né a sinistra. Al governo di centrodestra interessava soltanto presentarla come «la grande liberalizzazione », quella che avrebbe fatto del nostro mercato del lavoro «il più fluido d'Europa»; all'opposizione di sinistra non è parso vero di prendere il «nemico» in parola, presentandola come la legge della «liberalizzazione selvaggia», che avrebbe «spalancato le porte al precariato».

Da una parte e dall'altra se ne è fatto un simbolo: bandiera da sventolare per gli uni, da abbattere per gli altri; indifferenti tutti a che cosa prevedesse davvero. Solo qualche anno dopo — ed è cronaca delle ultime settimane — ci si è accorti, dati alla mano, che quella legge non aveva prodotto alcun aumento del precariato e anzi forniva, con le norme sul «lavoro a progetto», alcuni buoni strumenti per combattere l'abuso del lavoro precario: strumenti di cui il governo Prodi si è immediatamente avvalso con la circolare sui call center; e che a molti imprenditori sembrano semmai fin troppo severi. Peccato che, nel frattempo, le Brigate rosse avessero pensato bene di fare dell'autore stesso di quella legge un simbolo da abbattere.

La scoperta dell'errore commesso sul «lavoro a progetto» non basta perché cessino le opposte faziosità. Invece di ragionare pragmaticamente sulle molte parti della legge che richiedono qualche correzione o qualche integrazione, si continua con il muro contro muro. Se si rinuncia (a denti stretti) ad abrogare le norme sul «lavoro a progetto», occorre «almeno» sopprimere in blocco le norme sul «lavoro a chiamata» e quelle sullo staff leasing.

Nessuno si cura del fatto che il «lavoro a chiamata» sia un tipo marginalissimo di contratto che è sempre esistito (i camerieri ingaggiati per un banchetto, le hostess per un congresso, ecc.) e che continuerà a esistere anche se si abrogheranno le poche norme con cui la legge Biagi si propone di regolarlo. Quanto allo staff leasing—pacificamente sperimentato in molti Paesi, tra cui la vicinissima Svizzera, con piena soddisfazione dei sindacati—nessuno si cura del fatto che si tratti di una forma di organizzazione del lavoro fortemente stabile, al quale si applica senza eccezione la protezione massima dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; a nessuno interessa che l'alternativa allo staff leasing, da noi, sia il lavoro in una miriade di aziendine appaltatrici di servizi, con poche o nulle protezioni efficaci.

La legge Biagi è un simbolo da abbattere: se non la si può cancellare del tutto, occorre a tutti i costi cancellarne almeno una parte. Pazienza se questa cancellazione è del tutto irrilevante, o addirittura controproducente, rispetto all'obbiettivo sbandierato di combattere il precariato. Perché dico che questa vicenda può spiegare almeno un aspetto della pericolosità del mestiere del giuslavorista o dell'economista del lavoro? Perché il lavoro è materia che scotta; e lo studioso che fa bene il suo mestiere, in questo campo, è costretto troppo sovente a dire cose che urtano contro dei tabù, contro un modo fazioso e non pragmatico di affrontare le questioni, tipico del dibattito italiano su questi temi.

Chi non si rassegna a omologarsi con il «pensiero corazzato» dell'un campo politico o dell'altro rischia di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità. Viene temuto come il demonio dalle vestali di quel «pensiero corazzato», perché il suo discorso problematico squalifica i loro slogan facili, le loro scorciatoie concettuali; quindi finiscono col demonizzarlo, nel tentativo di chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra. Solo a parole, si intende. Ma nel nostro Paese c'è ancora qualcuno che la «chiusura preventiva del dibattito » la intende in un altro modo".

 

Postato da: giorgiodurante a 18:53 | link | commenti

lunedì, 12 febbraio 2007
Pensiero unico

"I falsi bisogni, imposti all'individuo dalla logica degli interessi della società industriale avanzata dell'Occidente, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano, possono anche venir talmente introiettati dall'individuo da procurar piacere a soddisfarli e le persone possono anche riconoscersi nelle loro merci, trovando la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell'attrezzatura della cucina. Ciò non toglie che tali bisogni servono ad ottundere le capacità critiche degli uomini, impedendo loro di riconoscere la malattia dell'insieme e di afferrare le possibilità che si offrono per curarla.
E' lo stesso controllo sociale ad esigere che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare fino all'instupidimento quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano questo instupidimento; il bisogno di libertà ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta tra marche e aggeggi vari.
Se il lavoratore e il suo capo assistono al medesimo programma televisivo e visitano gli stessi luoghi di vacanza, se la dattilografa si trucca e si veste in modo altrettanto attraente della figlia del padrone, se il nero possiede una Cadillac, se tutti leggono lo stesso giornale, ne deriva che questa assimilazione non indica tanto la scomparsa delle classi, quanto la misura in cui i bisogni e le soddisfazioni che servono a conservare gli interessi costituiti sono fatti propri dalla maggioranza della popolazione".

Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione, 1964

Postato da: giorgiodurante a 19:02 | link | commenti

venerdì, 09 febbraio 2007
I nostri sacrifici e le loro ferie

L'articolo che segue, di Mattia feltri, è stato pubblicato da La Stampa alla fine del mese di gennaio, quindi circa dieci giorni fa. Non è più dunque di strettissima attualità: per esempio si conclude con un riferimento al dibattito sulla base Nato di Vicenza, sulla quale in governo, come sappiamo è andato in minoranza al Senato.
Ma non è questo che mi interessa. Mi interessa che, in un periodo in cui tutti ci spiegano che dobbiamo fare grandi sacrifici per salvare il nostro povero paese dalla bancarotta, i nostri senatori stiano lavorando poco o nulla, senza minimamente vergognarsi per gli stipendi che prendono e per lo stile di vita che conducono.
Magari sarò qualunquista, semplicista o superficiale, ma secondo me notizie come quelle che leggerete di seguito sono estremamente gravi, anche se nessuno, per ovvie ragioni, le mette chiaramente in luce. Non è certo con comportamenti come questi che si invogliano i giovani a considerare la politica un nobile e disinteressato servizio al bene comune.


"Alle ore 19,01 di martedì 19 dicembre, il vicepresidente del Senato, Mario Baccini, rivolse «ai senatori e al personale gli auguri per le festività natalizie». Il resoconto stenografico della seduta registra gli applausi dell’aula. Poi, Baccini comunicò l’ordine del giorno della seduta successiva, programmata per martedì 23 gennaio, cinque settimane più tardi. Alle 19,02 la seduta fu tolta. Cinque settimane di ferie pare siano lo stretto necessario perché i senatori affrontassero ritemprati i cinque giorni lavorativi di gennaio, e rifiatassero dopo i cinque giorni lavorativi di dicembre. Martedì 23, data del rientro, la seduta è stata aperta alle 17,02 dal vicepresidente Roberto Calderoli. Il senatore Francesco D’Onofrio ha preso la parola per richiamare l’attenzione sul caso del senatore Michele Forte, dell’Udc, il cui procedimento giudiziario si è concluso dopo tredici anni «perché il fatto non sussiste».

Applausi dai gruppi Udc e Forza Italia. Calderoli si è rallegrato. Si è passati alla discussione di alcune interrogazioni parlamentari a proposito dell’arresto del sindaco di Montesilvano, provincia di Pescara, a proposito della «tragica vicenda dei caduti di Cefalonia» (urgenza del senatore Claudio Grassi di Rifondazione comunista) e a proposito delle procedure di nomina dei dirigenti pubblici. Alle 18,34, al termine di una sfacchinata di un’ora e trentadue minuti, Calderoli ha sciolto l’assemblea. Mercoledì 24, il presidente Franco Marini ha aperto i lavori alle 9,30. L’argomento del giorno: due mozioni sui rapporti fra Italia e Libia. Lo stringente tema ha impegnato, fra gli altri, i senatori Rocco Buttiglione («Dai primi del Novecento...») e Lamberto Dini («... il dominio coloniale italiano...»). Il serrato dibattito - allegramente interrotto dall’ingresso in tribuna degli studenti della scuola «Salvo D’Acquisto» di Cerveteri - ha trovato conclusione alle 10,50. Quella di mercoledì 24, però, è stata una giornata di straordinari. Tutti riconvocati per le 16. Alle 16,02, Marini ha dato la parola al guardasigilli Clemente Mastella che ha tenuto una relazione sull’«amministrazione della giustizia». Il successivo dibattito ha costretto i senatori in aula fino alle 21,04.

Giovedì 25, poi, Palazzo Madama si è ripopolato presto, alle 9,30. Presidenza affidata a un altro vice, il diessino Gavino Angius. Il senatore Enrico Pianetta, di Forza Italia, ha rammentato che il successivo 27 gennaio sarebbe ricorsa «la Giornata della Memoria», e cioè «un momento importante per ricordare». Il vicepresidente Angius, fra battimani scroscianti, si è associato alle parole del collega Pianetta. Subito dopo l’attualità è tornata a farla da padrone. Un progetto di riorganizzazione degli uffici postali in Toscana, una nuova terapia per una malattia rara, le forniture di supporti informatici e soprattutto l’incresciosa vicenda di una commissione di studio istituita «presso l’Asl di Mantova» che ha favorito lo scatto d’orgoglio del senatore dell’Ulivo, l’ex magistrato Felice Casson: «Rimane tuttora incomprensibile la sostituzione dei prestigiosi esperti della commissione istituita dalla Asl di Mantova». Con questo drammatico «j’accuse», la sessione, sessanta minuti netti di apnea, è finita. Ed è stata aggiornata a martedì 30, cioè all’altroieri, quando i senatori hanno dichiarato l’insindacabilità di Lino Iannuzzi (Forza Italia) e di due suoi articoli (uno sull’ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli) sui quali pendevano altrettante querele. Ieri, quinto giorno di lavoro di gennaio, era in programma la discussione sulle dimissioni rassegnate da Francesco Cossiga il 27 novembre, oltre due mesi fa.

L’aspetto paradossale della vicenda di Cossiga merita ragguagli. Cossiga aveva annunciato l’abbandono poiché le sue interrogazioni e le sue interpellanze - l’ultima al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, sull’attività del capo della polizia, Gianni De Gennaro - restavano regolarmente senza risposta. Implicitamente, Cossiga sosteneva: me ne vado perché noialtri senatori non contiamo più nulla. E’ su questa base - oltre che sulla consuetudine di respingere preventivamente le dimissioni - che ieri Palazzo Madama ha invitato Cossiga a desistere, e lo ha confermato all’unanimità. Assecondarlo, significava ammettere che il Senato è ormai ornamentale.

A dicembre, l’assemblea ha sgobbato martedì 12, mercoledì 13, giovedì 14, venerdì 15 e martedì 19. Stop. Il Senato era rimasto chiuso da giovedì 23 novembre, mese in cui i giorni di corvée sono stati addirittura nove. Ben dodici a ottobre. Sette a settembre. Due ad agosto. Quaranta giorni in sei mesi. Facendo i conti della beghina, a circa tredicimila euro al mese (a tanto ammonta la mesata di un senatore) significa quasi duemila euro al giorno, compresi quelli da un’ora di lavoro. L’ultimo anno della scorsa legislatura, fra dicembre e gennaio ci fu seduta ventuno giorni, più del doppio di stavolta, e ci si ritrovò pure il 23 dicembre e successivamente il 4 gennaio. E quasi sempre mattina e pomeriggio, per cui le sedute furono trentatré; stavolta, compresa quella di ieri, quattordici. E’ anche vero che l’impegno di un senatore non si esaurisce in aula. Ci sono le missioni, volgarmente chiamate viaggi. Ci sono le commissioni e le conferenze dei capigruppo. L’unica conferenza dei capigruppo di gennaio risale a una settimana fa e si è incentrata sul disdicevole protrarsi delle ristrutturazioni dei bagni senatoriali. Quelli maschili staranno chiusi tre mesi. «La situazione è grave», ha detto il senatore leghista Calderoli. Ma, insomma, non è tutta burla. Il capogruppo della Lega, l’ex guardasigilli Roberto Castelli, ora accusa il governo: «Non vuol far lavorare il Senato. Qui non abbiamo alcunché di cui discutere. A parte il decreto abrogativo sulla Corte dei Conti, dopo Natale non abbiamo votato più niente». Il senatore Iannuzzi è dell’idea che la questione sia tutta politica: «Da quando quel De Gregorio (Sergio, ex dipietrista, ora al gruppo misto) ha lasciato il centrosinistra, la maggioranza, se escludiamo i senatori a vita, è pressoché inesistente e a rischio formidabile». Dice che di leggi da votare non ne arrivano più, che le minoranze non ne propongono perché «anche fra di noi c’è confusione», e se invece ne propongono «vengono rinviate, o più di frequente muoiono nelle commissioni». «E’ uno scandalo», aggiunge Francesco Storace (An), persuaso che a sinistra abbiano paura e adottino la tecnica «della riduzione del danno. E poi certo, è colpa anche nostra. L’opposizione non sempre c’è». Forse qualcuno, dice Storace, «pensa a non dar noia in vista delle grandi intese».

Un senatore della Margherita, il quale pretende l’anonimato («ho già abbastanza guai per procurarmene altri»), ammette che l’analisi di Iannuzzi è corretta. «Questo vuoto non si riempie di azioni legislative nostre perché le commissioni sono lente». Dice che si va avanti a decreti legge: «Le liberalizzazioni, per esempio, sono state affrontate soltanto dal Consiglio dei ministri. E poi si fa un largo uso delle leggi delega», cioè quelle con cui il Parlamento gira i suoi compiti, in teoria eccezionalmente, all’esecutivo. Rina Gagliardi (senatrice di Rifondazione) prova ad annacquare gli addebiti: «A dicembre siamo stati poco sulla Finanziaria perché è stata posta la fiducia; a gennaio, per tradizione, il Parlamento non ha molto materiale su cui esercitarsi. Non c’è il boicottaggio di cui parlano a destra». Ma l’anonimo senatore della Margherita si domanda se «non sia il caso di ridimensionare il Senato, per numero di componenti e di competenze». Forse sì. Ma per fortuna da oggi si ricomincia a vivere: arriva la disputa sulla base Nato di Vicenza".

 

Postato da: giorgiodurante a 21:13 | link | commenti (1)

sabato, 03 febbraio 2007
Povera Patria

"Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.


Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.


Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare"

Franco Battiato, Povera Patria

Postato da: giorgiodurante a 18:54 | link | commenti (1)