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Sul website di Repubblica leggo:
"Dura denuncia degli intellettuali iraniani contro i metodi repressivi del governo di Mahmud Ahmadinejad nei confronti degli studenti. In un documento pubblicato oggi dalla stampa 542 attivisti politici e culturali si scagliano contro le misure restrittive imposte alle attività degli studenti universitari, esprimendo la loro "grave preoccupazione".
La dichiarazione, apparsa sul quotidiano riformista Etemad, fa seguito alle contestazioni subite dal presidente il 12 dicembre durante una visita al Politecnico Amir Kabir di Teheran: quel giorno decine di studenti diedero alle fiamme sue fotografie e intonarono slogan come 'Morte al dittatore'.
Tale episodio, affermano i firmatari della lettera, deve rappresentare "un serio avvertimento per ogni politico riflessivo". I 542 attivisti denunciano in particolare le sospensioni dalle attività didattiche di studenti scomodi per le loro attività politiche, "la limitazione e il divieto di organizzazioni indipendenti degli studenti e di loro pubblicazioni" e "le nomine a posti di dirigenti di figure non accademiche".
"A integrazione di quanto ho cercato di dire nel mio articolo «Un caso estremo e i valori assoluti», apparso sul Corriere della Sera il 10 dicembre, vorrei richiamare l' attenzione su un altro aspetto del problema, della cui rilevanza mi sono reso conto dopo la pubblicazione del mio articolo, attraverso una dichiarazione di Mario Melazzini, primario day-hospital oncologico Irccs S. Maugeri di Pavia, presidente nazionale dell' Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e a sua volta colpito da tale gravissima malattia neurodegenerativa e costretto sulla sedia a rotelle, capace di muovere solo due dita della mano destra, ma che continua a esercitare il suo lavoro di medico. Il primario Melazzini, dichiarando di avere il massimo rispetto per le considerazioni di Piergiorgio Welby e per le sue sofferenze, si dichiara amareggiato di vedere che si investe moltissimo (in denaro, impegno politico, comunicazione mass-mediatica e così via) per iniziative incentrate soltanto sulla rivendicazione del diritto a morire, mentre non si prendono quasi mai in considerazione le ragioni, le testimonianze, le iniziative di chi, pur in condizioni clinico-fisiche analoghe o anche peggiori di quelle di Welby, si impegna in una direzione contraria ossia per la continuazione della vita, testimoniando la volontà e la possibilità di vivere dignitosamente sino all' ultimo. Il primario Melazzini denuncia ad esempio il fatto che lo scorso 18 settembre, mentre Piergiorgio Welby «riceveva dalla più alta autorità dello Stato pubblica risposta alla sua richiesta di sospensione delle cure, rimaneva invece inevasa la silenziosa protesta di un gruppo di malati di sclerosi laterale amiotrofica provenienti da tutta Italia. Questi malati chiedevano più assistenza, più tutela della dignità dei pazienti, anche più ricerca vera. Tra di loro c' erano molte persone in carrozzina, molte ventilate artificialmente, alcune tracheomizzate; tutte in uno stadio avanzato della malattia ma con la stessa aspirazione: vivere, non morire». A livello politico e mediatico, egli aggiunge, «chi vuole morire fa notizia, mentre non fa notizia chi - magari trovandosi in identiche o anche peggiori condizioni - viene volutamente trascurato». Mi sembra doveroso dare il più ampio risalto possibile a questa denuncia, anche indipendentemente da ciò che si pensa in proposito, e mi interesserebbe naturalmente molto conoscere la sua opinione". Claudio Magris, Trieste
"Caro Magris, temo che il primario Melazzini abbia ragione e che il desiderio di vivere sia effettivamente meno «piccante», per il mondo dell' informazione, del desiderio di morire. Spiace constatarlo, ma siamo tutti guardoni e consumatori di emozioni forti. Sbirciare dal buco della serratura un uomo che invoca la propria morte è più eccitante che assistere al quotidiano impegno di chi cerca di sopravvivere. Eppure vi è tra Welby e i malati di cui parla Melazzini un tratto comune. Tutti credono che ogni persona, venendo al mondo, debba lasciare al mondo qualcosa. Un grande filosofo spagnolo, José Ortega y Gasset, scrisse in un suo saggio che la parola «autore» deriva dal verbo latino augere, che significa aggiungere, aumentare. Se dimentichiamo per un istante il significato prevalentemente artistico che la parola ha assunto, siamo tutti «autori» perché tutti egualmente desiderosi di realizzare qualcosa, di lasciare una traccia della nostra presenza: un libro, un' opera di beneficenza, un' azienda, un patrimonio, un' invenzione, una raccolta, il ricordo di un lavoro ben fatto e della nostra abilità in un particolare settore delle attività umane. Non c' è persona, per quanto pigra e indolente, che non desideri di essere ricordata per essersi distinta in qualcosa. Il caso di Welby, a questo proposito, è esemplare. Welby non vuole scomparire nel nulla. Si serve dell' ultima parte della sua vita perché il suo caso susciti un dibattito nazionale, modifichi la legislazione italiana, crei il diritto alla morte. Nel post scriptum della lettera che ha inviato ai direttori dei giornali, chiede ai suoi compagni e sostenitori di sospendere lo sciopero della fame e li ringrazia per una «forma di lotta che ha contribuito in modo determinante al radicamento di un nuovo grande momento di dialogo e di conoscenza a tutto il Paese». Chi difende energicamente il diritto di Welby dovrebbe chiedersi contemporaneamente se il successo della sua campagna non rischi di creare in una parte della società la pericolosa convinzione che l' Italia abbia trovato finalmente la soluzione del drammatico problema delle malattie terminali. Non si deve difendere il diritto alla morte senza fare altrettanto, con eguale energia, per il diritto alla vita". Sergio Romano
“Cerco di capire; di non perdere, ecco, il filo che lega la vita alla vita, il corpo all’anima (o alla sua memoria), e soprattutto, la vita alla morte; e viceversa. Faccio, come si dice, quel che posso (come, penso, dovrebbe accadere a tutti gli scrittori e a tutti gli intellettuali di qualche onestà). Accettato ai primi tempi, seppur di striscio (quando l’operazione dell’onnivora avidità era appena agli inizi e quando mi si leggeva «sbagliato», come poi dai medesimi è stato ammesso); tenuto, successivamente, in disparte (non chiedevo e non chiedo di meglio); quindi attaccato, colpito e deriso come colui che ancora crede (ed in effetti credevo e credo) che dentro di noi resista una nebbia, un refolo, di ciò che un tempo chiamavamo anima; nominato di a-storico e a-sociale; ovvero, interessato solo a metafisici, ormai defunti problemi; al salto, ecco, dentro l’aldilà, dentro le luci, l’ombre, le voci e i richiami che, di tanto in tanto, ce ne pervengono; assolutamente incapace, comunque, di cogliere i nessi reali del presente (ma la storia è lì a dimostrare che, assai di sovente quanti erano parsi ai loro contemporanei aver colto e illuminato quei nessi, i posteri si sono prestissimo incaricati d’accusarli proprio di non esservi in nulla riusciti…); infine, e ultimissimamente, «lasciato» (come ebbe a scrivere un critico, punta o puntina di diamante, mi si dice, dell’inconsulta Babele derivata dall’avidità di cui sopra); già, ma come si fa a «lasciare» chi non ha mai chiesto di venir preso?
Se così pensando, sono tacciato di stare con l’antico, bene, sto con l’antico. Sulla modernità, che ha tramutato la rivoluzione in capitale e in consumo, sputo.
La vergogna di tradire la mia natura, fosse veramente quella di chi ha come proprio «umbelico» il salto nell’aldilà, non la commetto. L’anima non la vendo. E, men che meno, la morte.
E’ anche possibile che il progredire dell’onnivora avidità, per reggersi, abbia bisogno (secondo altrove è già manifestamente accaduto) di sostituire alla sopportazione, l’eliminazione. Bene. Se quel giorno dovesse arrivare, prego la cara, ferma mano di mia madre perché, da là dove si trova, s’appoggi ancor più forte alla mia fronte.
Al lettore che si chiedesse come mai un discorso cominciato su linee generali stia chiudendosi su una linea così particolare e privata, dichiarerò apertamente che proprio questo intendevo fare: difendere il valore, appunto, del privato; dell’individuo; di me, come d’ognuno, e, dentro ogni individuo, il valore e la disperata forza di quel refolo, di quella nebbia.
Giorni fa, proprio su queste colonne, Franco Fortini dolorosamente terminava un suo scritto parlando dell’«angoscia» in cui la gioventù è stata ricacciata. E’ verissimo, non vero. Ma Fortini dovrebbe forse fare un passo avanti e chiedersi se i colpevoli siano veramente e solo gli ingranaggi che una certa ideologia ha messo in moto e dai quali sta per essere schiacciata o non, invece, l’ideologia medesima; la sua palese incapacità a rispondere a tutto l’uomo; a tutta la vita; e, appunto, alla morte”.
Giovanni Testori
Corriere della Sera, 4 settembre 1977
Ecco un altro articolo, provatorio e intelligente, di Paola Mastrocola.
"Non credo se ne renda conto, ma ultimamente lo Stato sta dando una mano notevole a chi si occupa dell'educazione dei giovani. Per esempio con l'indulto, che rimette in libertà 17 mila detenuti; o con la Finanziaria, che chiede agli insegnanti di bocciare ancor meno; o con il decreto del ministro della salute, che raddoppia il numero di spinelli che i nostri ragazzi possono possedere (20 erano pochini, meglio 40...). Tre input che hanno in comune certamente validissime ragioni economiche, basate su un sano risparmio, in tempi così tetri per l'Italia: meno detenuti, meno carceri da costruire; meno bocciati, meno insegnanti da pagare.
Una nuova etica, quella dei soldi
Peccato che tutte e tre queste risparmiose, e quindi utili e benemerite, «pensate» statali siano anche - e soprattutto, visto il nostro abitare nell'era della comunicazione! - messaggi! Messaggi alla gioventù chiari e precisi, nonché di portata morale enorme. E' come dire: cari giovani, rubate pure ché tanto non andrete in prigione, spinellate pure ché tanto non vi farà male alla salute e continuate pure a non studiare, ché tanto la farete franca comunque. La Finanziaria, novella magistra vitae, apre la via a una nuova etica, l'etica dei soldi.
Grazie! Vorrei personalmente ringraziare lo Stato, a nome di tutti gli adulti che pensano ancora di avere una qualche funzione educativa nei confronti dei giovani, figli o studenti che siano. Grazie per aiutarci in questo compito così delicato ed elevato, a cui la società mostra di tenere tanto. Grazie di fornirci norme chiare e univoche per cui, se il governo è di destra, le droghe fanno male e vanno evitate, se il governo è di sinistra, le droghe sono innocue e forse fanno anche un tantino bene.
Come insegnare legalità e salute?
Mi torna in mente che non più tardi di due o tre anni fa, arrivò nella mia scuola un fantastico pool di medici e farmacologi per mostrare a noi insegnanti un bellissimo video di circa due ore in cui, con efficaci disegnini, schemini e filmatini molto scientifici, veniva provato con decisiva chiarezza che le droghe tutte, spinello compreso, producono danni gravi permanenti al cervello, inibendo le sinapsi e rallentando i processi di memoria e di concentrazione. Cos'era, un divertissement? una nuova fiction per insegnanti depressi?
Soprattutto grazie per la coerenza, cari governanti: mentre passate leggi sull'indulto o le droghe, ci chiedete di fare a scuola educazione alla legalità e alla salute. Il ministero dell'Istruzione ci annuncia che diverranno materie di insegnamento dall'anno prossimo, che meraviglia! Certo, così ci togliete ulteriore spazio alla cultura (meno matematica, letteratura, lingue), ma noi siamo fieri che la scuola si apra a valori attraverso i quali potremo finalmente attuare quella formazione completa dell'essere umano, cui la scuola tende. Vi chiediamo solo una cosa: un aggiornato e dirompente manualetto di istruzioni per convivere con la schizofrenia. Perché non siamo così certi, noi genitori e insegnanti confusi, di riuscire ancora a insegnare alcune piccole e desuete norme di condotta, quali studiare, non rubare e non drogarsi, se il mondo che ci circonda, e addirittura le istituzioni che ci governano, ci dicono esattamente il contrario. Grazie".
"Non è mai troppo tardi quando si tratta d'imprimere alla diplomazia internazionale dei cambiamenti di rotta. Un caso emblematico è rappresentato dalla missiva inviata mercoledì scorso da Kofi Annan al Consiglio dei diritti umani, di cui tra l'altro ha recentemente promosso la nascita. Il numero uno del Palazzo di Vetro, giunto ormai al termine del suo secondo mandato e libero dai condizionamenti delle cancellerie, ha pensato bene di prendere carta, penna e calamaio per biasimare i 47 Paesi membri del Consiglio, massimo organo delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti umani con sede a Ginevra. Ricordando che questo organismo, dalla sua costituzione nel giugno scorso, ha tenuto tre sessioni speciali tutte dedicate al conflitto mediorientale, Annan ha esortato i Paesi membri ad occuparsi con urgenza della grave situazione nel Darfur, la regione sudanese teatro di scontri e ogni genere di vessazioni che hanno causato un disastro umanitario d'immani proporzioni, con oltre 200 mila morti dal febbraio 2003.
Un manifesto di illuminata diplomazia quello redatto da Annan in questa circostanza, dettato sicuramente dalle buone intenzioni e dall'esperienza maturata negli anni, con l'intento dichiarato di stigmatizzare la cosiddetta legalità selettiva imposta dalla real politik, secondo la logica forviante dei "due pesi due misure". Lungi dal voler sminuire la questione mediorientale, da sempre sotto i riflettori della stampa internazionale e che comunque va affrontata in modo "imparziale", nel suo accorato messaggio, Annan ha ricordato che vi sono "sicuramente altre situazioni che meriterebbero una sessione speciale del Consiglio" tra cui il caso del Darfur. In effetti, martedì scorso, vale a dire il giorno prima che fosse data pubblica lettura, da parte di Louise Arbour, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, del messaggio di Annan, il Consiglio Onu, riunito in sessione ordinaria, aveva approvato una risoluzione edulcorata sul Darfur. Una sorta di pronunciamento al l'acqua di rose che praticamente taceva qualsiasi responsabilità del dispotico regime sudanese.
D'altronde, nei circoli della diplomazia internazionale tutti sanno che gli interessi in gioco sono in gran parte legati al business del petrolio: l'asso nella manica di Khartoum con l'appoggio incondizionato, dietro le quinte, del famelico governo cinese e di una lunga lista di Paesi presenti nel Consiglio ginevrino noti per le loro flagranti violazioni dei diritti umani. Nel frattempo il presidente sudanese Omar Hassan el Beshir ha avuto l'ardire di sostenere che il conflitto nel Darfur avrebbe fatto dal 2003, secondo le informazioni in suo possesso, meno di 9.000 morti, e non i 200mila di cui parla l'Onu, accusando i mezzi d'informazione occidentali di gonfiare le cifre delle perdite umane per giustificare un intervento internazionale nel Paese. Naturalmente, a Ginevra tutti sanno che si tratta di un mucchio di bugie anche perché le testimonianze raccolte in questi mesi dall'autorevole coordinatore dell'Onu per le emergenze umanitarie, Jan Egeland parlano chiaro. Evocando nei suoi rapporti, anche gli scontri nelle regioni confinanti del Ciad e della Repubblica Centroafricana, oltre alle nefandezze perpetrate nel Darfur dai jajaweed, i feroci predoni al soldo di Khartoum, Egeland ha ripetutamente espresso grave preoccupazione per la regionalizzazione del conflitto.
Sta di fatto che una volta tanto la voce degli oppressi è stata ascoltata. Infatti il Consiglio dell'Onu sui diritti umani si riunirà in sessione speciale il prossimo 11 o 12 dicembre, grazie anche ad una richiesta presentata dalla Finlandia a nome dell'Unione europea che ha ottenuto l'appoggio di 28 Paesi, su un totale di 47 membri del Consiglio. Una vittoria che fa onore a tutti coloro che credono davvero nel sacrosanto rispetto della vita sempre e comunque a qualunque latitudine e longitudine.