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"Sta crescendo tra i nostri ragazzi il "mal di scuola". Depressione e aggressività ne costituiscono gli effetti tipici, che si manifestano in fuga, suicidi - seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni - "fallimento appreso" oppure in bullismo, violenza contro persone e cose, molestie sessuali. Perché? Basta guardare la scuola in faccia, senza indulgere allo sguardo laterale su famiglia, società, mass media alla ricerca di alibi "là fuori".
Il sistema educativo nazionale si presenta ai ragazzi come una grande macchina dissipativa, piena di ore, giorni, materie, docenti, aule ed edifici-caserma, di voti ed esami fasulli. Ogni mattina dalle 8 il ragazzo si siede in un banco: entro le 13 gli passeranno davanti 3 o 4 docenti di altrettante materie, ciascuno con il proprio frammento di sapere irrelato. Nei professionali le materie sono 23, le ore settimanali 40. Nessuno ricompone il mosaico dei saperi secondo una sintesi significativa per i ragazzi, nessuno è competente per l'unità intellettuale ed emozionale dei ragazzi, nessuno cura la domanda di senso, che fiorisce in ogni essere umano dotato di ragione. La "pianta organica" sindacale non prevede questa figura di educatore. Nessuno è responsabile dello sviluppo umano dei ragazzi. I docenti hanno vinto un concorso, quando non siano precari. Ma il concorso ha accertato le conoscenze disciplinari, non le capacità didattiche e comunicative, non le competenze emozionali e affettive, non l'umanità del docente.
Quella mattina si ripete inesorabile negli anni fino a 19: i nostri ragazzi sono i più scolarizzati d'Europa. La scuola diviene, nell'ipotesi migliore, un luogo di socializzazione tra pari, faticosamente tenuto insieme dalle regole, ma non dalla partecipazione condivisa a un itinerario di senso e di costruzione dell'Io. I ragazzi respirano la frammentazione, il non senso quotidiano, la noia aggressiva e bullesca, una sessualità consumata senza ragione né affettività. Respirano a scuola, non fuori! Le cause del "mal di scuola" sono l'assetto ideologico, istituzionale, ordinamentale, amministrativo, professionale di questo enorme "apparato ideologico di Stato", costruito non per educare persone, ma per forgiare cittadini seriali di Stato. Questo schema giacobino-hegeliano-napoleonico, che ha presieduto alla creazione dei sistemi educativi continentali, ora si sta rivolgendo contro i nostri ragazzi.
Ma non è un destino necessario, è una costruzione storica, si può cambiare".
"O me! O vita! Per queste domande ricorrenti,
nelle sterminate folle di infedeli, nelle città piene di stolti,
in me stesso, sempre a biasimare me stesso (e chi più stolto di me, chi più infedele?),
negli occhi che invano bramano la luce, nel significato delle cose, nella lotta che sempre si rinnova,
negli scadenti risultati di ognuno, nelle folle sordide e stanche che vedo attorno a me,
nei vuoti e inutili anni dell’oblio, con l’oblio che a me si avvolge,
La domanda, o me! Così triste e ricorrente - Cosa vi è di buono in tutto questo, o me, o vita?
Risposta: Che tu sei qui - che la vita esiste e l’identità,
Che il potente gioco continua, e tu puoi contribuire con un verso".
“Venite Amici, che non è tardi per scoprire un nuovo mondo...
lo vi propongo di andare più in là dell’orizzonte e, se anche non abbiamo l’energia che in giorni lontani mosse la terra e il cielo, siamo ancora gli stessi, unica, eguale tempra di eroici cuori, indeboliti, forse, dal fato ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere”.


Facendo rilevare che le promesse non sono un sostituto del cibo, il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf ha lanciato ieri un appello ai leader mondiali affinché rispettino l’impegno solenne preso dieci anni fa di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015.
A dieci anni dal Vertice Mondiale dell’Alimentazione, che aveva promesso di dimezzare il numero delle persone sottonutrite entro il 2015, nei paesi in via di sviluppo ci sono più persone affamate oggi – 820 milioni – di quante non ce ne fossero nel 1996, ha detto Diouf. “E lungi dal diminuire questo numero è in realtà in aumento, alla media di quattro milioni l'anno”, ha continuato Diouf, presentando il rapporto annuale della FAO, Lo Stato dell’Insicurezza Alimentare nel Mondo, (SOFI) 2006.
Secondo il rapporto SOFI 2006, gli 820 milioni di persone che oggi soffrono di sottonutrizione nei paesi in via di sviluppo rappresentano solo una trascurabile riduzione di tre milioni rispetto al dato di riferimento del 1990-92 usato dal Vertice che era di 823 milioni.
Ma il risultato è anche peggiore se paragonato al totale di 800 milioni registrato nel 1996 – un aumento di 23 milioni. Per onorare l'impegno preso al vertice si dovrebbe ridurre il numero dei sottonutriti di 31 milioni l’anno da oggi sino al 2015, mentre il trend attuale è al contrario di un aumento al ritmo di quattro milioni l’anno.
Negli ultimi dieci anni la proporzione delle persone che soffrono la fame nei paesi in via di sviluppo è scesa ma contemporaneamente è cresciuta la popolazione mondiale, fa notare il SOFI. Nel biennio 1990-92 nei paesi in via di sviluppo era sottonutrita una persona su cinque, mentre adesso la percentuale è scesa al 17 per cento.
Le proiezioni della FAO indicano che la proporzione potrebbe ulteriormente calare passando dal 17 al 10 per cento nei prossimi nove anni. "Questo significa che il mondo è sulla buona strada per il raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo del Millennio sulla riduzione della fame”, dice il rapporto.
Ma le proiezioni indicano anche che il numero totale delle persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo nel 2015 sarà di 582 milioni - 170 milioni in più rispetto all’obiettivo del Vertice Mondiale dell’Alimentazione che era di 412 milioni.
Più di metà sarà concentrato nel sud e sud-est asiatico, con rispettivamente 203 milioni e 123 milioni di persone sottonutrite. L’Africa sub-sahariana rimarrà la regione con la maggiore concentrazione in termini percentuali con un numero di persone sottonutrite che si prevede si aggirerà per il 2015 intorno a 179 milioni, più del doppio rispetto all’obiettivo auspicato dal Vertice mondiale del 1996.
La tendenza generale ad una riduzione della fame maschera però grandi disparità da regione a regione, si legge nel rapporto. Per esempio nelle regioni Asia e Pacifico ed America Latina e Carabi si è assistito ad una riduzione generalizzata sia nel numero che nella percentuale delle persone sottonutrite.
In Africa sub-sahariana invece “il compito che la regione si trova di fronte è immane” secondo il rapporto, perché attualmente sono 206 milioni le persone senza cibo – circa 40 milioni in più rispetto al biennio 1990-92, data di riferimento del Vertice.
Ciò nonostante il SOFI fa notare che l’obiettivo del Vertice è ancora raggiungibile, ma solo se si interverrà concretamente ed in modo concertato. Questo significa un approccio a doppio binario che punti ad un’azione diretta contro la fame contemporaneamente ad interventi mirati allo sviluppo agricolo e rurale.
Il rapporto elenca una serie di altre misure necessarie per sconfiggere la fame negli anni a venire: indirizzare i programmi e gli investimenti verso le “zone più critiche” di povertà e sottonutrizione; rafforzare la produttività a livello di piccoli produttori; creare condizioni idonee per gli investimenti privati, e questo implica tra l’altro trasparenza e buon governo; far sì che il commercio mondiale funzioni anche per i poveri, con l’istituzione di meccanismi di protezione per i gruppi più vulnerabili; un immediato incremento del livello degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS) per arrivare a raggiungere quello 0,7 per cento del PIL, come promesso.
“Dobbiamo intensificare, ed in modo rilevante, il nostro impegno per raggiungere la riduzione della fame proclamata dal Vertice dell’Alimentazione. Se vi è la volontà politica, possiamo riuscirci”, conclude il rapporto.
Per maggiori informazioni:
Christopher Matthews
Ufficio Stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762
www.fao.org
"Quando ero bambino, mio padre mi portava ogni anno sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Partivamo ogni estate con la nostra Austin Mayflower e procedevamo sobbalzando lungo le strade sconnesse della Somme, di Ypres e di Verdun. A quattordici anni, sapevo a memoria i nomi di tutte le battaglie, Bapaume, Hill 60, High Wood, Passchendaele... Avevo visitato tutti i cimiteri, camminato in tutte le trincee ormai coperte d'erba, toccato gli elmetti arrugginiti dei soldati inglesi e i corrosi mortai tedeschi esposti nei musei della zona. Mio padre era stato un soldato della Grande guerra, aveva combattuto nelle trincee della Francia a causa di un colpo di pistola sparato in una città che non aveva mai sentito nominare, Sarajevo. E quando tredici anni fa è morto, all'età di novantatré anni, ho ereditato tutte le medaglie che aveva conquistato nelle sue campagne. Su una di esse sono incise le parole: «La Grande guerra per la Civiltà».
Con immensa preoccupazione di mio padre e stoica rassegnazione di mia madre, ho passato gran parte della mia vita in mezzo alle guerre. Anch'esse combattute «per la civiltà». In Afghanistan, ho visto i russi compiere il loro «dovere internazionale» battendosi contro il «terrorismo internazionale»; mentre i loro avversari afghani, naturalmente, lottavano contro «l'aggressore comunista» e in nome di Allah. Ero corrispondente dal fronte quando gli iraniani combatterono quella che chiamavano la «Guerra imposta» da Saddam Hussein. Ho visto gli israeliani invadere due volte il Libano e poi invadere la Cisgiordania palestinese allo scopo, o almeno così sostenevano, di «liberare la terra dal terrorismo». Ero presente quando Saddam invase il Kuwait e gli americani inviarono le loro truppe nel Golfo per liberare l'emirato e imporre, un «nuovo ordine mondiale». In Bosnia ho visto i serbi combattere per quella che chiamavano la «civiltà serba», mentre i loro nemici musulmani lottavano e morivano per un sogno multiculturale ormai sva nito e per salvarsi la vita. In cima a una montagna dell'Afghanistan, ero seduto di fronte a Osama bin Laden nella sua tenda quando lanciò la prima minaccia esplicita contro gli Stati Uniti. Mi parlò di «Dio» e del «male». L'11 settembre 2001 ero in volo sull'Atlantico e meno di tre mesi dopo ero in Afghanistan e fuggivo con i talebani lungo la strada a ovest di Kandahar mentre l'America bombardava le rovine di un Paese già distrutto dalla guerra. Esattamente un anno dopo ero all'Assemblea generale delle Nazioni Unite quando George Bush cominciò a parlare delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam, e si preparava a invadere l'Iraq. I primi missili di quell'invasione mi passarono sulla testa a Bagdad.
Soldati e civili, morti a decine di migliaia perché la morte era stata preparata per loro, mentre l'etica veniva strattonata come la cavezza di un cavallo da battaglia perché noi potessimo parlare di «obiettivi raggiunti» e «danni collaterali» - nell'infantile tentativo di scuoterci di dosso il peso dell'omicidio - e scrivere sulle parate per la vittoria, sull'abbattimento delle statue e sull'importanza della pace. Ai governi piace così. Vogliono che i loro popoli vedano la guerra come una lotta tra Bene e Male, Noi e Loro, Vittoria e Sconfitta. Ma non è questione di vittoria o sconfitta, la guerra è essenzialmente una questione tra morire o infliggere la morte. Rappresenta il fallimento assoluto dell'essere umano.
È stato un film a spingermi a diventare giornalista. Avevo dodici anni quando vidi Il prigioniero di Amsterdam di Alfred Hitchcock, una pellicola del 1940 in cui Joel McCrea faceva la parte di un giornalista americano di nome Huntley Haverstock, che nel 1939 viene mandato a seguire la guerra in Europa. Haverstock assiste a un omicidio, dà la caccia alle spie naziste in Olanda, scopre il più importante agente tedesco a Londra, il suo aereo viene abbattuto da una minuscola corazzata tedesca e sopravvive per strillarlo sui giornali di tutto il mondo. Conquista anche la donna più bella del film, ulteriore gratifica per chi già fa un mestiere così eccitante. Il film si conclude durante il bombardamento di Londra, con un annunciatore che presenta Haverstock alla radio. «Stasera abbiamo come ospite un soldato della stampa - grida tra gli ululati delle sirene -, un rappresentante di quel piccolo esercito di uomini che stanno scrivendo la storia distesi accanto alle bocche dei cannoni...». Non me ne sono mai pentito.
Nell'aprile del 1976, ero su una spiaggia di Porto Covo in Portogallo, dove seguivo gli strascichi della rivoluzione, quando la postina del paese mi gridò dagli scogli che c'era una lettera per me. Era del caporedattore esteri del giornale, Louis Heren. «Ho una buona notizia per te - scriveva -. Paul Martin ha chiesto di rientrare dal Medio Oriente. Pensavo di offrire a lui il posto di vicedirettore a Parigi... e a te il Medio Oriente. Fammi sapere se ti interessa». Nel giallo di Hitchcock, prima di mandarlo in Europa, il direttore convoca Haverstock in ufficio e gli chiede: «Ti piacerebbe andare nel teatro degli eventi più importante del mondo in questo momento?». La richiesta di Heren era formulata in modo meno spettacolare, ma il concetto era lo stesso. Avevo ventinove anni e mi offrivano il Medio Oriente. Avevo la possibilità di entrare a far parte di quel «piccolo esercito di uomini che scrivono la storia distesi accanto alle bocche dei cannoni». Era vagamente osceno desiderare di esser l'inviato in Medio Oriente nella situazione di quel momento. Se i soldati decidevano di abbandonare il campo di battaglia, molti di loro sarebbero stati fucilati per diserzione. I civili con i quali avrei dovuto vivere e lavorare erano costretti a rimanere sotto i bombardamenti, le loro famiglie venivano decimate dal fuoco delle granate e dai raid aerei. Ma se io mi fossi stancato degli orrori che vedevo, avrei potuto fare le valigie e tornare a casa in business class, con un calice di ch ampagne in mano. Ecco perché mi vengono i brividi quando qualcuno comincia a blaterare sui «traumi» che comporta il raccontare la guerra e sulla necessità di «supporto psicologico» che abbiamo noi scribacchini ben pagati per poter superare lo choc di quello che abbiamo visto. Non c'è nessun supporto psicologico per quelle masse di povera gente abbandonata in balìa dei gas di Saddam Hussein, dei razzi iraniani, della crudeltà delle milizie serbe, della brutale invasione israeliana del Libano nel 1982, della morte computerizzata portata dall'invasione americana dell'Iraq nel 2003.
Se ne faccio una questione personale, è perché nel corso degli anni ho assistito ad avvenimenti che possono solo essere definiti come esempi dell'arroganza del potere. Dopo la vittoria del 1918, i vincitori divisero le terre dei loro ex nemici. Stabilirono i confini dell'Irlanda del Nord, della Jugoslavia e di quasi tutto il Medio Oriente. E io ho passato tutta la mia vita di corrispondente a veder saltare in aria la gente che viveva all'interno di quei confini. Immagino che, in fondo, noi giornalisti cerchiamo - o dovremmo cercare - di essere i primi testimoni imparziali della storia. Se mai abbiamo una ragione di esistere, dev'essere almeno quella di raccontare la storia mentre accade, affinché nessuno possa dire: «Non sapevamo - nessuno ce lo aveva detto». Due anni fa ho parlato di questo con Amira Hass, la brillante giornalista israeliana di Ha'aretz . Io insistevo nel dire che il nostro compito era quello di scrivere le prime pagine della storia, ma lei mi ha interrotto. «No, Robert, ti sbagli» ha detto. «Il nostro scopo è quello di monitorare i centri del potere». E penso che questa sia la migliore definizione del giornalismo che abbia mai sentito.
Un tempo sostenevo, inutilmente temo, che ogni reporter dovrebbe portare un libro di storia nella tasca posteriore dei pantaloni. Nel 1992 ero a Sarajevo e una volta, mentre le bombe serbe mi fischiavano sulla testa, mi resi co nto che mi trovavo sullo stesso selciato dal quale Gavrilo Princip aveva sparato il colpo fatale che avrebbe spedito mio padre nelle trincee della Prima guerra mondiale. E naturalmente nel 1992 a Sarajevo si sparava ancora".