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mercoledì, 30 agosto 2006
In fila per diventare filosofi-manager

Apprendo con sentimenti diversi che gli studenti milanesi che si stanno immatricolando in queste settimane all'Università fanno la fila per iscriversi a filosofia. Il Preside di Facoltà della Statale prevede che le matricole saranno più di 800, il doppio rispetto all'anno scorso. Tendenze più o meno simili in Cattolica e al San Raffaele (che ad oggi mi sembra la migliore delle tre). Chi si iscrive dichiara di non aver paura di non trovare posto perché ora il lavoro si trova facilmente: le grandi aziende, i team di ricerca (compresi quelli medici), le grandi multinazionali della comunicazione starebbero facendo a gara per assicurarsi le consulenze dei nuovi studiosi di Platone, Kant e Popper. Franco Tatò (supermanager) dichiara orgoglioso: "Ai ragazzi dico: non abbiate il complesso dell'ingegnere. Con la filosofia si sviluppa la capacità di sintesi, si confrontano le situazioni, si imparano le lingue (molti testi non sono tradotti). Sono questi i requisiti di un buon manager".
Evviva: un applauso ai filosofi-manager!
Un po' meno entusiasta appare invece Massimo Cacciari, che considera questo successo come "il segno di una crisi. Si sceglie questo tipo di studi perchè le cose vanno male, si sta da schifo. Le ultime stagioni d'oro della filosofia sono nate durante momenti tragici per l'umanità. Hegel scriveva la Fenomenologia dello Spirito in epoca napoleonica. Per non parlare di Heidegger, che viveva nella Germania di Hitler. In questi casi la ricerca di risposte è del tutto naturale, è il risultato della crisi, dell'inquietudine". E di fronte a questa inquetudine, ci informa Giulio Giorello, ordinario di Filosofia della scienza alla Statale, "al filosofo si pongono le domande che una volta venivano rivolte al religioso o al politico. Il primo spaventa (di fronte ai grandi drammi contemporanei le religioni sono diventate troppo parte in causa), il secondo annoia, ha perso credito". E allora il ruolo dei filosofi diventa, secondo Giorello, "quello di contribuire a renderci più sereni di fronte al dolore. Perchè non ci sono solo le avventure del mare, ma anche quelle delle idee".
E va bene.
Tuttavia la mia soddisfazione di fronte al continuo crescere di interesse per la filosofia non riesce a nascondere del tutto una certa dose di perplessità, una specie di puzza di bruciato. E quello che ho riportato sopra non fa altro che rafforzarla.

Postato da: giorgiodurante a 16:59 | link | commenti (2)

martedì, 29 agosto 2006
Il metodo per controllare le teorie

"Tutta la mia concezione del metodo scientifico si può riassumere dicendo che esso consiste in questi tre passi:
1) inciampiamo in qualche problema;
2) tentiamo di risolverlo, per esempio proponendo qualche nuova teoria;
3) impariamo dai nostri errori, in particolare da quelli su cui ci richiama la discussione critica dei nostri tentativi di soluzione, una discussione che tende a condurci a nuovi problemi.
O, per dirla in tre parole: problemi - teorie - critica".
Karl Raimund Popper, Congetture e confutazioni.

Postato da: giorgiodurante a 20:40 | link | commenti

martedì, 15 agosto 2006
La grande alternativa

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n'è uno: è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio".
Italo Calvino, Le città invisibili.

Postato da: giorgiodurante a 18:47 | link | commenti

lunedì, 14 agosto 2006
Possiamo comportarci altrimenti

"Tuttavia possiamo anche comportarci altrimenti.

Possiamo infatti far uso dei prodotti della tecnica e, nello stesso tempo, in qualsiasi utilizzo che ne facciamo, possiamo mantenercene liberi, così da potere in ogni momento farne a meno. Possiamo far uso dei prodotti della tecnica, conformarci al loro modo d'impiego, ma possiamo allo stesso tempo abbandonarli a loro stessi, considerarli qualcosa che non ci tocca intimamente e autenticamente. Possiamo dir di sì all'uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere.
Ma se diciamo allo stesso tempo sì e no ai prodotti della tecnica, il nostro rapporto al mondo della tecnica non diventerà forse ambiguo e incerto? Nient'affatto: il nostro rapporto al mondo della tecnica diventerà invece semplice e sicuro. Si tratterà di lasciar entrare nel nostro mondo di tutti i giorni i prodotti della tecnica e allo stesso tempo di lasciarli fuori, di abbandonarli a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, ma che dipende esso stesso da qualcosa di più alto. Vorrei chiamare questo contegno che dice al tempo stesso sì e no al mondo della tecnica con un'antica parola: l'abbandono di fronte alle cose".
Martin Heidegger, L'abbandono.

Postato da: giorgiodurante a 19:00 | link | commenti

domenica, 13 agosto 2006
Conseguenze antropologiche

"Se non sei stato in un campo di concentramento
se non t'hanno torturato,
se il tuo migliore amico non ha scritto una lettera anonima contro di te
se non sei strisciato fuori da un mucchio di cadaveri
scampando miracolosamente alla fucilazione,
se non conosci la teoria della relatività
e del calcolo sensoriale,
se non sai correre in moto a duecento all'ora,
se non hai ammazzato l'amata seguendo l'ordine di un estraneo,
se non sai procurarti semiconduttori di radio-riceventi,
se non riesci, obliando te stesso, a gridare urrà con gli altri,
se non riesci a nasconderti in due secondi da un'esplosione atomica,
se non sai vestirti risparmiando sul mangiare,
se non riesci a vivere in cinque metri quadrati,
e non giochi nemmeno a basketball,
allora non sei un uomo del Ventesimo secolo!"
Artemij  Michailov

Postato da: giorgiodurante a 18:43 | link | commenti

sabato, 12 agosto 2006
Libertà della scienza nell'età della tecnica?

"Il testo standard sulla dinamica dei gas redatto dall'autore mentre usufruiva di una borsa di studio della Fondazione Guggenheim è stato descritto da lui stesso come un testo la cui forma era stata imposta da esigenze industriali. In questo ambito, si è giunti a considerare la conferma della teoria della relatività generale di Einstein come un passo cruciale verso il miglioramento della precisione dei missili balistici mediante il calcolo di minimi effetti gravitazionali. Sempre di più la fisica del dopoguerra si è concentrata su quelle aree di ricerca che si riteneva potessero avere applicazioni militari".
Margaret Jacobs (1993)

Postato da: giorgiodurante a 18:15 | link | commenti

venerdì, 11 agosto 2006
Coseguenze storiche del dominio della tecnica (2)

"Diversamente dal lungo diciannovesimo secolo, che parve ed effettivamente fu un periodo di progresso materiale, intellettuale e morale quasi ininterrotto, vale a dire di miglioramento nelle condizioni della vita civile, nel Novecento c'è stata una netta regressione dai livelli di civiltà che venivano considerati normali nei paesi progrediti e nelle classi medie e che si credeva fiduciosamente avrebbero potuto diffondersi nelle aree più arretrate e tra gli strati meno illuminati della popolazione.
Dal momento che questo secolo ci ha insegnato, e continua a insegnarci, che gli uomini possono imparare a vivere nelle condizioni più brutali e teoricamente intollerabili, non è facile cogliere fino a che punto vi sia stato un regresso verso ciò che i nostri antenati ottocenteschi avrebbero definito barbarie.
Abbiamo dimenticato che un vecchio rivoluzionario come Frederich Engels rimase inorridito quando a Westminster Hall esplose una bomba dei repubblicani irlandesi, perché, da vecchio soldato, riteneva che la guerra dovesse essere condotta contro truppe combattenti e non contro persone disarmate.
Abbiamo dimenticato che i pogrom nella Russia zarista, che a ragione scandalizzarono l'opinione pubblica mondiale e spinsero gli ebrei russi ad attraversare l'Atlantico a milioni tra il 1881 e il 1914, erano episodi modesti e quasi trascurabili, se paragonati ai massacri odierni: i morti si contavano a dozzine, non a centinaia, per non dire a milioni.
Abbiamo dimenticato che una convenzione internazionale aveva stabilito che le ostilità belliche non dovessero cominciare senza un esplicito preavviso nella forma di una argomentata dichiarazione di guerra o in quella di un ultimatum che tra le sue condizioni prevedesse una dichiarazione di guerra. Infatti qual è stata l'ultima guerra che sia iniziata con una tale esplicita o implicita dichiarazione? O che sia finita con un trattato di pace formalmente negoziato tra gli Stati belligeranti?
Nel corso del Novecento, le guerre sono state condotte in misura sempre crescente contro le infrastrutture economiche degli Stati e contro le popolazioni civili. Dalla prima guerra mondiale, in tutti i paesi eccetto che negli USA, il numero delle vittime civili in guerra è stato molto più alto di quello delle vittime militari".
Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve.

Postato da: giorgiodurante a 18:46 | link | commenti

giovedì, 10 agosto 2006
Conseguenze storiche del dominio della tecnica

"Forse la questione più grande che si trovano dinanzi gli storici del ventesimo secolo è capire come e perché il capitalismo, dopo la seconda guerra mondiale, si sia ritrovato, sorprendentemente, a spiccare il volo verso l'Età dell'oro che va dal 1947 al 1973: un'epoca senza precedenti e forse anomala...
Ciò che si può già valutare con sicurezza sono la dimensione e l'impatto straordinari della trasformazione economica, sociale e culturale indotta da quell'epoca, la più rapida e fondamentale trasformazione che la storia ricordi... Gli storici del ventesimo secolo, che vivranno nel terzo millennio, probabilmente giudicheranno che gli effetti storici più importanti prodotti dal Novecento sono il frutto di questo stupefacente periodo: i mutamenti nella vita umana che esso ha causato su quasi tutta la superficie del globo sono stati tanto profondi quanto irreversibili, e si stanno ancora verificando. I giornalisti e i saggisti che hanno letto nella caduta dell'Impero sovietico la fine della storia si sbagliavano. E' molto più sensato dire che il terzo quarto del secolo ha segnato la fine di sette o otto millenni di storia umana, iniziati all'età della pietra con l'invenzione dell'agricoltura, se non altro perchè è venuta al termine la lunga èra nella quale la stragrande maggioranza del genere umano è vissuta coltivando i campi e allevando gli animali.
Paragonato a questo cambiamento, il confronto tra capitalismo e socialismo, con o senza l'intervento di stati e di governi quali quello americano e sovietico, che si proclamavano rappresentanti dell'uno o dell'altro sistema, sembrerà probabilmente assai meno interessante dal punto di vista storico".
Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, 1994.

Postato da: giorgiodurante a 18:26 | link | commenti

mercoledì, 09 agosto 2006
La tecnica totalitaria

"L'Illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura. Il programma dell'illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere i miti e di rovesciare l'immaginazione con la scienza.
Bacone, il padre della filosofia sperimentale, benchè alieno dalla matematica, ha saputo cogliere esattamente l'animus della scienza successiva. Il felice connubio, a cui egli pensa, fra l'intelletto umano e la natura delle cose, è di tipo patriarcale: l'intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura disincantata. Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell'asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come tutti gli scopi dell'economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, così di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I re non dispongono della tecnica più direttamente di quanto ne dispongono i mercanti: essa è democratica come il sistema economico in cui si sviluppa.
D'ora in poi la materia dev'essere dominata al di fuori di ogni illusione di forze ad essa superiori o in essa immanenti, di qualità occulte. Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell'utilità è, agli occhi dell'illuminismo, sospetto. E quando l'illuminismo può svilupparsi indisturbato da ogni oppressione esterna, non c'è più freno. Alle sue stesse idee sui diritti degli uomini finisce per toccare la sorte dei vecchi valori universali. Ad ogni resistenza spirituale che esso incontra, la sua forza non fa che aumentare".
Max Horheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, 1947.

Postato da: giorgiodurante a 16:33 | link | commenti

martedì, 08 agosto 2006
Il dominio della tecnica e (è) il mondo di oggi

"Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo.
Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca".
Martin Heidegger, L'abbandono, 1959.

Postato da: giorgiodurante a 18:18 | link | commenti