"Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né per dir così, della terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande di sì fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vuoto, e noia, a me pare maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana".
Giacomo Leopardi
Nei giorni scorsi ho pubblicato sul blog una lettera del mio amico Tullio nella quale si facevano riferimenti e si esprimevano opinioni in relazione alla guerra che si sta combattendo in Libano. Siccome considero fondamentale il confronto tra idee diverse, riporto oggi un articolo del filosofo Bernard-Henry Levy, apparso alcuni giorni fa sul Corriere, che esprime un altro punto di vista.
Ognuno poi trarrà le proprie conclusioni: quello che conta è esercitare il pensiero e confrontarsi.
Se i katiuscia minacciassero noi
"Una parola stranamente ricorrente nei commenti, in Europa, sulla risposta israeliana alla dichiarazione di guerra dell’Hezbollah è «sproporzione»
Non sono certo un grande esperto in affari militari. E anch’io penso, è evidente, che ognuna delle vittime civili, pudicamente chiamate dagli strateghi «danni collaterali», sia una tragedia. Detto questo, avrei comunque voglia di chiedere a coloro che parlano così come reagirebbero se un commando di terroristi venissero per esempio sul territorio di Francia, non tenendo assolutamente conto delle nostre frontiere, se non persino negandole, a rapire soldati francesi. Come reagirebbero se Strasburgo, Lilla o Lione si trovassero, come Sderot, Ashqelon e adesso Haifa, sotto una pioggia di katiuscia che fanno decine — su scala francese centinaia — di altre vittime civili il cui martirio, mi pare, equivale a quello dei libanesi. E se la capitale del nostro Paese si trovasse a portata di missili a medio raggio Zelsal 1, forniti da artificieri iraniani debitamente inviati in missione da Ahmadinejad e ci dicessero, come ha detto a proposito di Tel Aviv il segretario generale dell’Hezbollah, Hassan Nasrallah, che colpire Parigi non è più un’ipotesi del tutto teorica, ma un obiettivo bellico prioritario e un’impresa santa. Avrei voglia di chiedere quale fosse, secondo loro, la reazione «proporzionata», dal momento che l’autore di questo tipo di dichiarazioni e degli attacchi che le accompagnano è notoriamente ispirato, finanziato, armato da un paese il cui presidente non ha mai fatto mistero della propria determinazione a dotarsi dell’arma atomica e, con o senza tale arma, a cancellare dalla carta geografica uno Stato ebraico intrinsecamente perverso e criminale.
Ancora, avrei voglia di chiedere come sarebbe stato possibile imbastire una risposta tale da risparmiare un Libano ridiventato, per sua disgrazia, l’ostaggio di ideologi e capi di guerra irresponsabili: gente che non ha smesso di costruirvi, in flagrante contraddizione con la sua cultura, la sua genialità, le sue tradizioni di tolleranza, di cosmopolitismo e di pace, uno Stato nello Stato che è, innanzitutto, uno Stato terrorista che minaccia tutta la regione e, naturalmente, i libanesi stessi. Avrei voglia di chiedere come si potesse evitare d’intervenire in Libano visto che il governo di questo paese conta molti ministri Hezbollah; che il suo presidente, Emile Lahoud, afferma, appena può, la sua solidarietà di principio con gli obiettivi e la causa di Hezbollah; che le sue strade servono al trasporto di razzi, lanciamissili e truppe verso le linee di fronte e i fortini tenuti da Hezbollah; e che a partire dalle stazioni radar dei suoi aeroporti, come da quello di Beirut, vengono localizzati i bersagli marittimi israeliani che le batterie Hezbollah colpiscono, come la settimana scorsa.
E poi, «sproporzione» per «sproporzione», come schivare la vera, la sola domanda valida, che è di sapere chi ha fatto, oggi, i progressi concreti dello spirito di moderazione e di misura che ognuno auspica: gli israeliani, i quali, pur non essendo angeli, per carità, si sono ritirati dal Libano da sei anni, da Gaza da sei mesi e sono pronti, in grande maggioranza e a costo di ricevere, come in questo momento, valanghe di bombe sulle loro città e sui loro villaggi, a ritirarsi dalla Cisgiordania perché vi si installi lo Stato palestinese in formazione; o i folli di Dio che se ne infischiano altamente della formazione di un qualsiasi Stato palestinese e non hanno, in realtà, nessun’altra preoccupazione se non di veder scomparire Israele?
Infatti, è proprio qui la discriminante. Etale è la posta in gioco, la sola, di una guerra quasi più radicale, in questo senso, delle precedenti guerre israelo-arabe.
Da un lato, i sostenitori della coabitazione di due popoli che apprendano, con il tempo, senza illusioni né angelismo, a negoziare, a fare la pace e poi, forse, un giorno, ad andare d’accordo e a volersi bene: sono, in Palestina, gli amici di Mahmoud Abbas; sono, nel mondo arabo in generale, i dirigenti e i rappresentanti, in numero crescente, dell’opinione pubblica illuminata; ed è l’essenziale della popolazione d’Israele, sia essa di destra o di sinistra, finalmente consapevole che non esiste, a termine, altra strada se non quella della spartizione della terra.
Dall’altro, gli oltranzisti di una causa che ormai ha un rapporto lontanissimo e con la causa nazionale palestinese e con la sofferenza che la sostiene: è, a Gaza, l’Hamas di Khaled Mechaal ed è, qui in Libano, l’Hezbollah. I due pilastri di un «fascislamismo» di cui non si ripeterà mai abbastanza che i burattinai si nascondono a Damasco e soprattutto a Teheran e i cui responsabili sul campo sono palesemente pronti, se la vittoria finale è a questo prezzo, a battersi fino all’ultimo libanese, palestinese e, certo, fino all’ultimo ebreo".
Bernard-Henry Levy
"L'esortazione dell'oracolo di Delfi, Conosci te stesso voleva dire: Sappi che sei un uomo e non un Dio. Essa vale anche per gli uomini dell'età della scienza, perché li mette in guardia contro ogni illusione di potenza e di dominio. Solo la conoscenza di sé permette di salvaguardare la libertà, la quale viene minacciata non soltanto da colui che di volta in volta detiene il potere, ma più ancora dalla soggezione a quelle forze che crediamo di dominare".
Hans Georg Gadamer
"Gli uomini che non fanno altro che chiacchierare sentono così poco il bisogno della solitudine che, come certi pappagalli, muoiono appena devono, per un momento, star soli; come il bimbo deve esser ninnato, essi hanno bisogno di esser calmati dalla ninnananna della società, per poter mangiare, bere, dormire, pregare, innamorarsi e via dicendo".
Soren Kierkegaard, La malattia mortale.
In ricordo di don Angelo Cervetto, mio parroco quando ero ragazzo, che ha lasciato questa vita alcuni giorni fa, riporto i versi famosissimi di Dante.
"Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'eterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore
per lo cui caldo ne l'eterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontade".
Divina Commedia, Paradiso, inizio canto XXXIII
Pochi giorni fa ho ricevuto una email dal mio carissimo ex-alunno Tullio. Siccome è una persona con la quale, in tutti questi anni che sono passati, sono rimasto in stretto contatto, ho avuto in molte occasioni la possibilità di apprezzarlo per l'intelligenza, per l'umanità, per la libertà di pensiero e per la coerenza tra quello che dice e quello che fa. La sua mail, indirizzata a me a ad altre persone della sua mailing list, è, come al solito, bellissima, piena di vita e di partecipazione personale. Non è detto che si debba condividere tutto quanto c'è scritto, ma non è questo l'importante: quello che conta è scorgere, dietro le parole, la grandezza della persona.
Stamattina, in treno, ho letto «La Stampa».
Quando ho finito provavo prostrazione e frustrazione. In questo momento vorrei gridare ai quattro venti la mia grande rabbia…
Lavoro come educatore in una comunità per tossicodipendenti, insieme a un manipolo di colleghi - incrollabili idealisti e, temo, anacronistici utopisti - che tentano di educare ad uno stile di vita “socialmente adeguato, psicologicamente sano e moralmente corretto” alcune decine di eroinomani, cocainomani ed alcolisti. La riabilitazione dei nostri pazienti passa attraverso l’imposizione, da parte degli operatori, di alcune norme di condotta la trasgressione alle quali comporta sanzioni disciplinari.
Capita – ed è normale e comprensibile - che gli ospiti della comunità terapeutica facciano fatica a rispettare tutte le norme… ma mai e poi mai mi è capitato di sentire qualcuno di loro metterne in discussione i principi o il valore educativo, sociale e morale.
Stamattina, leggendo il giornale, per l’ennesima volta, ma con più chiarezza del solito, ho dovuto constatare che il mondo «fuori dalla comunità» non solo non rispetta le norme a cui educhiamo i nostri utenti, ma addirittura ne sovverte i principi ispiratori.
E qui mi sono sorte due domande. La prima: com’è possibile che, da un lato, tossicodipendenti privi di istruzione, vissuti tra la piazza e la galera e abituati solo alle regole dei devianti, comprendano perfettamente principi etici e relative norme di condotta e non si meraviglino del fatto di venir sanzionati quando violano tali norme e che, d’altro lato, il mondo «là fuori» non riesca né a rispettare le regole sociali né a rispettare i principi etici più elementari dell’umana convivenza? La seconda domanda, forse più personale: che senso ha “educare” i devianti ad uno stile di vita improntato a valori che, leggendo il quotidiano, paiono quantomeno obsoleti?
Ma perché queste domande? Perché la mia rabbia da frustrazione?
Sfogliamo insieme «La Stampa» di oggi: guerra in Medio Oriente, inciucio estivo, critiche ai dissidenti di Rifondazione Comunista, verdetto FIFA sul caso Materazzi-Zidane.
Guerra in Medio Oriente: una delle regole cardinali della comunità terapeutica è che non si deve mai ricorrere al conflitto, che la violenza non è mai giustificata né giustificabile, che il fatto di avere ragione o di aver subito un torto o un’ingiustizia non rende legittimo l’uso della forza. Il «mondo fuori dalla comunità» ricorre addirittura alla guerra per risolvere le controversie internazionali.
Inciucio estivo: gli operatori educano gli ospiti della comunità al principio secondo cui più si ha potere, più si deve rispondere delle proprie azioni. La sanzione, in caso di trasgressione, è sempre proporzionata al potere e alla fiducia di cui disponeva chi ha trasgredito. Nel «mondo fuori dalla comunità», i nostri rappresentanti parlamentari stanno preparando, con la scusa dell’indulto per i reati minori, un gran bel colpo di spugna per tutti i politici che hanno abusato del loro potere per occuparsi dei propri interessi personali…
Critiche ai dissidenti di Rifondazione: uno dei valori a cui viene data più importanza in comunità terapeutica è la coerenza. Educhiamo i nostri pazienti al fatto che la coerenza ha valore come fine, non come mezzo. E’ fine a se stessa perché rende migliori come esseri umani, perché alza l’autostima, perché rende degni di rispetto e perché permette di guardare gli altri “occhi negli occhi”. Nel «mondo fuori dalla comunità», in quel coacervo di idee contrastanti che è l’attuale maggioranza, alcuni esponenti di Rifondazione vengono bersagliati di critiche per la loro posizione sull’intervento in Afghanistan. Eppure costoro stanno facendo esattamente quello che, prima di vincere le elezioni, avevano chiaramente ed esplicitamente dichiarato che… avrebbero fatto.
Verdetto FIFA: in comunità viene sanzionato sia chi provoca, sia chi reagisce alla provocazione. E’ così da sempre, tutti lo sanno e nessuno se ne stupisce. Non è una regola che ci siamo inventati a posteriori di qualche episodio imbarazzante: anche perché le regole, normalmente, devono essere decise a priori e concordate tra chi deve rispettarle e chi deve farle rispettare. In comunità, inoltre, se chi ha provocato lo ha fatto a parole e chi ha reagito ha usato violenza, la punizione per il provocatore è più leggera, la punizione per chi è stato violento è enormemente più severa. Nessun tossicodipendente, da che mi ricordi, ha mai contestato questo criterio. Eppure i tossicodipendenti sono polemici, cavillosi, ipercritici; ma questo è un principio così inattaccabile, così chiaro, direi auto-evidente, che nessuno ha mai avuto la faccia tosta di metterlo in discussione. Ebbene, oggi è avvenuto l’incredibile. Il «mondo fuori dalla comunità» è riuscito a sovvertire anche una norma del genere. Non solo la regola («si punisce anche chi provoca») è stata stabilita a posteriori della performance, ma – io ancora non riesco a crederci – la sanzione a un campione, modello per milioni di giovani, capitano di una squadra sportiva, che ha usato violenza in diretta mondiale è appena appena un pochino maggiore di quella inflitta a chi ha solo «emesso del fiato» (è questa l’espressione che usiamo in comunità per descrivere le provocazioni verbali). Spiazzante.
Ho iniziato questo sfogo con l’intento di fare una lunga e articolata riflessione sui valori della nostra società e sulle difficoltà di chi ha un mandato “educativo” in questo pazzo mondo. Ma ora la rabbia è scemata, ha lasciato il campo ad un’amarezza che mi demotiva… Inoltre, in fin dei conti, basta sfogliare un quotidiano per verificare quanto sto scrivendo… e se c’è qualcuno che sfogliandolo non s’infiamma… beh, a costui anche le mie parole non faranno alcun effetto…
Tullio
"La lettura è lo strumento normale per favorire il pensiero dell'uomo, la sua autocoscienza.
Leggere vuol dire sentire il riverbero di certe parole fondamentali (amore, dolore, ragione, libertà) su di sé".
Continua l'articolo di Paola Mastrocola (vedi martedì): "Dovremmo ribadire concetti semplici, del tipo che ad ogni causa corrisponde un effetto: se non hai studiato, non troverai lavoro perché non saprai fare ciò che ti chiedono, semplice. Inutile che io adesso, illudendoti con voti ipocriti, ti spiani una via che fra tre anni tu troverai sbarrata: meglio fermarti subito, così ti aiuto a ripartire. E' così difficile? Perché non agiamo in questo modo chiaro e leale? ...
Credo che siamo mossi da una diabolica volontà di autopromuoverci: la scuola, o la sezione, che può vantare pochi bocciati e molti eccellenti viene immantinente promossa a scuola e sezione fantastica: gli insegnanti saranno automaticamente ritenuti ottimi, il dirigente scolastico potrà pubblicare sbalorditivi dati statistici sui dèpliant del suo esemplare istituto, e gli utenti faranno la fila per iscriversi lì, accalcandosi smaniosi ai cancelli. Signori per di qua, nessun bocciato e la metà che esce con 100...! Evidentemente, se funziona un tale messaggio pubblicitario, è perché una scuola esigente non la vuole più nessuno. E pensare che un tempo certi utenti (che allora si chiamavano padri) sceglievano apposta per i figli le scuole più dure.
Segnali di fumo, non di realtà. Nulla è più reale. E si perpetua il ben noto patto scellerato tra studenti e docenti: i docenti promuovono e premiano studenti mediocri, gli studenti accettano e occultano insegnanti mediocri. Il voto che diamo ai nostri allievi, oggi più che mai, visto che gli esami si fanno con le commissioni interne, è un voto che diamo a noi stessi. E' la scuola italiana che oggi si premia e incensa: tutti promossi, tutti bravissimi!
Tanto poi, quando i giovani si troveranno davanti all'impresa che non li assume, noi insegnanti non ci saremo".
"Nel settembre 1991 Vincenzo Calcara, uomo d'onore di Cosa Nostra, scrisse al giudice Paolo Borsellino: "Non deve aver più paura: io, che dovevo ucciderla, sono in carcere". Borsellino rispose: "Paura? Ma tu non sai che è bello morire per le cose in cui si crede? Un cristiano non teme la morte", mostrando così la sua profonda adesione alle parole: "Chi vuol salvare la sua vita la perderà, e chi la perderà l'avrà salvata".
Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, la vita di Paolo Borsellino veniva stroncata nella strage di via D'Amelio.
Calcara fu colpito e dominato dal coraggio di Borsellino, e così ci parla di se stesso: "C'è stato un grande travaglio in me: il bene e il male lottavano. Ho analizzato cos'era la mia vita, mi sono guardato allo specchio. La mafia aveva paura di Borsellino, della sua onestà, del suo coraggio, della sua intelligenza, della sua tenacia, della sua forza. La mafia aveva paura dell'onore di Borsellino: perché lui era vero uomo d'onore, che non diviene tale con la pungitura o bruciando l'immaginetta, ma con la forza delle idee".
Sì, perché l'onore di Paolo Borsellino risponde a regole che, secondo le parole di Sofocle, sono "non d'un ora, non di un giorno fa; hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa la radice della loro luce".
Paola Mastrocola è un'insegnante, oltre che una scrittrice e una giornalista, le cui analisi impietose sulla situazione della scuola italiana mi trovo sempre più spesso a condividere. Il suo ultimo articolo mi sembra assolutamente coerente e degno di nota, per cui pubblicherò gran parte del suo contenuto a puntate su questo mio blog. L'autrice cita i dati forniti dal Ministero sui risultati del recente esame di Stato: solo l'1,1% di bocciati nei Licei e il 13% di studenti maturati con il massimo dei voti (il mitico 100). Quindi le scuole italiane sarebbero piene di geni, di studenti eccellenti: peccato che nei confronti con i paesi europei i nostri geni diventano asini: le statistiche ci dicono che l'Italia è al penultimo posto in Europa, davanti alla sola Grecia. Insomma, dice la Mastrocola, gli studenti italiani "non sanno tanto bene né leggere né far di conto. Però prendono un sacco di 100".
Poi continua: "Una scuola che non boccia è una scuola che rinuncia a fare la sua parte. Come un medico che non opera il malato, un giudice che non condanna più l'assassino. Si astiene. Delega a un anonimo altro, situato sempre più avanti nel tempo e nello spazio. Posticipa all'infinito il verdetto, lascia che sia poi la vita, la società, il destino individuale di ognuno a decidere, a sancire virtù e debolezze.
Intanto a noi piace rendere tutti i nostri allievi felici: nessuno ha perso, nessuno paga. Alle elementari tutti promossi, ci penseranno gli insegnanti delle medie; alle medie tutti promossi, ci penseranno al Liceo; al Liceo tutti promossi, ci penserà l'Università; all'Università tutti laureati, ci penserà poi il mondo del lavoro... L'importante è che tutti vadano avanti, poi si vedrà. Se non troveranno lavoro, saremo pronti a incolpare il governo, l'aumento del lavoro precario, il mammismo italico, la taccagneria delle imprese che offrono stipendi così irrisori...
Sarà anche tutto vero. Ma la scuola intanto dovrebbe fare la scuola e non indulgere a meccanismi di facilitazione costante. Dovrebbe dire la verità ai suoi allievi: se non hai studiato nulla, ti boccio; se non sei eccellente, non ti do 100. Non dovremmo ingannare i giovani, lasciando che incontrino dopo la realtà e incitandoli a vederla sempre popolata di mostri cattivi. Tutto ciò innesca una cultura del piagnisteo e alimenta un eterno vittimismo, da cui è assente ogni senso di responsabilità individuale".
(continua)