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“La duplicità dell’uomo è così evidente che certuni han pensato che ci siano in lui due anime. Un soggetto semplice sembrava loro incapace di tali e così improvvise mutazioni: da una smisurata presunzione a un orribile abbattimento di cuore”.
“E ora l’uomo si stimi al suo giusto valore. Ami se sesso, perché ha un sé una natura capace di bene; ma non ami, per questo, le proprie bassezze. Si disprezzi, perché tale capacità è vuota; ma non disprezzi, per questo, questa stessa capacità naturale. Si odii, si ami: ha in sé la capacità di conoscere la verità e di essere felice, ma non possiede nessuna verità che sia certa o soddisfacente”.
“E’ pericoloso mostrar troppo all’uomo quant’é simile ai bruti senza mostrargli insieme la sua grandezza. Egualmente pericoloso è fargli troppo vedere la sua grandezza, senza mostrargli la sua miseria. Più pericoloso ancora, lasciargli ignorare l’una e l’altra. Giova assai, invece, mettergli sotto gli occhi sia l’una sia l’altra.
E’ bene che l’uomo non si creda eguale né agli angeli né ai bruti, e che non ignori né l’una cosa né l’altra, ma che le conosca entrambe”.
“Biasimo ugualmente sia coloro che prendono il partito di lodare l’uomo, sia coloro che si danno a biasimarlo, sia coloro che lo consigliano di distrarsi; e posso approvare soltanto coloro che cercano gemendo”.
Blaise Pascal, Pensieri, 386, 399, 400, 401.
In questo ultimo post del 2009 voglio rispettare la tradizione e fare gli auguri di buon anno. Prima di tutto li faccio agli evasori fiscali che hanno rimpatriato grazie allo scudo fiscale i loro 95 miliardi di euro illegalmente sottratti al fisco pagando una ridicola multa: essi sono celebrati da Tremonti come i veri salvatori della patria, persone “intelligenti”, segni di “forza della nostra economia e di fiducia nell’Italia”. Esultano le scuole paritarie e la Fiat che riavrà il decreto sugli incentivi alla rottamazione delle auto, in attesa di rendere di nuovo grande la juve e di mandare a casa gli operai di Termini Imprese.
Buon anno anche al 17% di famiglie italiane che, secondo l’ultima indagine Istat, devono ricorrere all’aiuto economico di amici e parenti o al prestito di una società finanziaria per chiudere in pareggio i conti del mese. Bollette, abbigliamento, trasporti e mutui sono diventati un peso gravoso oramai per quasi una famiglia su sei e le famiglie numerose sono, naturalmente, le più colpite. Nel frattempo le tv ci dicono che la crisi è finita e che tutti siamo in vacanza a Cortina.
Poi buon anno a Feng Zhenghu, attivista cinese per i diritti umani di cui i media occidentali non parlano mai. Dal 4 novembre vive nella sezione imbarchi internazionali dell’aeroporto giapponese di Tokyio inattesa che le autorità di Pechino ne autorizzino il rientro a Shanghai, dove vive la sua famiglia. Ha un passaporto valido per tre anni e un visto nipponico: agli occhi del regime cinese, però, è un sovversivo perché fu un protagonista della rivolta del 1989, e per questo è stato più volte arrestato e condannato nel 2001 a tre anni di carcere duro. E visto che parliamo di Cina, paradiso del lavoro e delle libertà, dovremmo riflettere qualche minuto sulle recenti cinque condanne a morte emesse dal regime contro cittadini uighuri per le proteste del luglio 2009 in Xinjiang, legate a dissidi etnici tra gli autoctoni uighuri e i cinesi Han che ormai stanno diventando la maggioranza nella regione grazie alla politica di immigrazione favorita da Pechino.
E buon anno alle studentesse cristiane dell’Iraq liberato, continuamente attaccate e sfigurate con l’acido da studenti di gruppi fondamentalisti perché si permettono di frequentare l’Università, o vanno in giro truccate e senza velo. Come pure buon anno a Mir-Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi, i due leader dell’opposizione in Iran, e a tutti i loro collaboratori che stanno dimostrando un incredibile coraggio ad opporsi al regime degli ayatollah, mentre Obama prende il sole alle Hawaii e compra qualche altra collana di perle alla moglie.
Infine vorrei mandare un saluto pieno di gratitudine a Gianfranco Moro, grande e insuperabile professore di italiano per molti anni al Liceo Vieusseux, che non potrà festeggiare il 2010 a causa della sua morte improvvisa. Non potrò mai dimenticare il suo roccioso amore per la cultura e per la verità, il suo coraggio nel prendere, con sobrietà e senso della misura, anche delle posizioni controcorrente, il suo sguardo intelligente ed espressivo, con il quale ci si intendeva in un attimo. Ho ricevuto da lui fiducia e stima, anche quando, all’inizio della mia carriera, l’entusiasmo la faceva da padrone e mi spingeva su strade non sempre garantite e protette.
L’esempio di persone come lui, e di altre che ho nominato sopra, ci aiuti nel 2010 a non svendere la nostra intelligenza e la nostra umanità al primo compratore di turno.
Lorenzo Thione è uno dei maggiori cervelli di Bing, il nuovo motore di ricerca di Microsoft. Ha fatto il Liceo Classico, si è laureato in informatica e ha preso un master all'Università del Texas di Austin. Ha creato un programma per raffinare la ricerca on line, in grado di produrre risultati capaci di rispondere meglio alle domande degli utenti, dal momento che bada soprattutto alla rilevanza semantica dei vocaboli nella frase e alla congruità tra la domanda immessa e il testo del documento on line. Per esempio, se uno domanda a Bing: "When did the earthquake hit San Francisco?", Bing capisce il contesto in cui è posta la parola "hit" ed esclude le risposte in cui "hit" si riferisce a un brano musicale. Alla domanda: "Non sono quindi solo la matematica e la statistica a giocare un ruolo nella ricerca on line?", lui risponde: "Per niente. L'analisi logica e quella grammaticale sono fondamentali per la ricerca on line. Per questo che ai miei colleghi dico sempre: meno male che al liceo mi hanno fatto studiare il latino! Il latino ti fa capire il ruolo e la struttura delle varie parti del discorso. Senza il latino, probabilmente il futuro dei motori di ricerca non sarebbe quello che è e che sarà".


«La riduzione della ragione?». Ol’ga Sedakova pesa le parole. È un attimo, poi riprende: «Non è solo un tema attuale. È il vero problema della nostra civiltà». Docente al Dipartimento di Storia e teoria della cultura mondiale dell’Università di Mosca, la Sedakova a questo «problema» ha voluto dedicare la sua nuova opera, Apologia della ragione, tradotta in italiano da La Casa di Matriona (pp. 160, € 12). Una filosofa, ci si aspetterebbe. E invece Ol’ga Sedakova è una poetessa, una delle più apprezzate in Russia, che per i suoi versi - pubblicati dagli Stati Uniti alla Cina - ha ottenuto vari riconoscimenti, tra cui il Premio Vladimir Solov’ëv nel 1998 e quello della Fondazione Solženicyn nel 2003. La sua penna ha fatto parlare in russo i più grandi poeti e scrittori: da Dante a Rilke, da Claudel a Eliot.
In una civiltà in cui sembra che la ragione domini incontrastata, perché lei sente la necessità di difenderla?
La voglio difendere dalla sua riduzione a razionalità tecnica. Quella che con l’Illuminismo ha trionfato non è la vera ragione: è una ragione staccata dall’integrità della persona, che funziona come disarcionata dall’uomo e dai suoi sentimenti. La nostra non è una civiltà ragionevole, ma razionalista: nelle cose che contano è stupida, mentre è intelligente solo rispetto a ciò che è secondario.
Che cos’è la ragione nel suo senso più pieno?
Fin dall’antichità, nella tradizione greca e giudaico-cristiana, la ragione è intesa come sapienza, come sophia: non un freddo esercizio analitico, di raziocinio, ma la possibilità di entrare in un rapporto profondo con il mondo circostante e con noi stessi. È consapevole dei propri limiti e dell’esistenza della sfera del mistero.
Che valore ha, oggi, questa battaglia?
Da lì dipende la nostra civiltà, che ha paura di qualunque certezza. Ne ho parlato tempo fa con il cardinale Christoph Schönborn, l’arcivescovo di Vienna: quando a scuola studiavamo la disputa tra Socrate e i sofisti, la classe tifava per il primo. Oggi, invece, i saggi sarebbero i sofisti. Noi moderni abbiamo ucciso Socrate per la seconda volta. E questo indica che c’è un problema innanzitutto educativo.
Cosa intende?
È un’emergenza, con cui mi scontro ogni giorno in aula. Una volta ho spiegato un passo in cui Puškin augura alla sua donna: «Io vi ho amato così sinceramente, così teneramente / come Dio vi conceda di essere amata da un altro». Dei ragazzi alzano la mano: «È ironico, vero?». Nessuno poteva credere che esista un rapporto così puro. In un’altra lezione, abbiamo letto dei versi in cui Puškin si paragona a un gondoliere di Venezia e conclude: «Canto per svago, come lui, senza echi...». Ho chiesto: «A chi è mai capitato di fare qualcosa né per i soldi né per il potere, senza un ritorno?». Su trenta, ha risposto solo una studentessa. Negli altri, di nuovo la stessa incredulità cinica. Come se nessuno credesse più nell’amore, o nell’amicizia. Insieme alla ragione, si riducono anche i valori. E resta solo l’utilitarismo, dove la poesia non può trovare spazio.
Non le sembra paradossale che sia una poetessa, e non una filosofa, a lottare per difendere la ragione?
Molti si stupiscono, pensando che la poesia appartenga alla sfera dell’irrazionale. Ma proprio i grandi poeti difendono la ragione, l’«intelligenza nova» di cui parla Dante. La contrapposizione tra ragione e cuore è nata solo dopo che la ragione è stata separata dalla pienezza della vita umana: così, s’è identificata la prima con un freddo principio analitico e il secondo con le pure emozioni. Ma un cuore senza ragione vede solo fantasmi.
La morte della ragione trascina con sé anche il linguaggio, come se non ci fosse più un’esperienza da esprimere...
Per me è stato un segnale tremendo: al posto delle parole, restano suoni vuoti. Non basta vivere qualcosa per averne esperienza: i miei studenti possono sedersi e ascoltarmi, ma non è ancora esperienza. Dipende da come ti poni: devi esserci, con tutto te stesso. L’esperienza è un darsi senza riserve, non puoi capire qualcosa standotene in disparte. È un’altra illusione della ragione moderna: pretendere di conoscere qualcosa senza parteciparvi. In Russia lo vediamo bene: con tutto quello che abbiamo vissuto sotto il regime, non abbiamo ancora capito cosa ci è successo. Come s’è arrivati a tanto? Come ne siamo usciti? L’abbiamo provato sulla nostra pelle, ma non è ancora un’esperienza.
Alla consegna del Premio Solženicyn, ha parlato della «necessità di una liberazione interiore».
Come ha detto anni fa il metropolita Antonij di Surož: «Dopo la nostra esperienza, abbiamo qualcosa da dire al mondo». Altro che l’impossibilità della poesia dopo Auschwitz! Ma questa possibilità sarà solo per chi in questo «noi» potrà dire «io»: non io come vittima della storia, ma io con un nome e un cognome, io personalmente.
Le rivoluzioni e le tragedie del Novecento hanno mostrato a cosa porta questa ragione diventata irragionevole. Oggi quale rischio vede?
Dobbiamo affrontare una nuova ideologia, più inafferrabile ma non meno totalitaria. Non so quanti se ne rendano conto, non si tratta semplicemente del consumismo. L’uomo, traumatizzato dalle vicende del Novecento, vede un pericolo in ogni verità. Si trincera in un mondo costruito a sua misura, dove non può trovare posto il miracolo, il soprannaturale, ciò che non è logico.
È una realtà interamente artefatta...
Ma ha le gambe corte: qualcuno può vivere senza una certezza da affermare?
Vi propongo un breve testo tratto dall'ultimo libro di Angelo d'Orsi intitolato 1989 perché mi sembre interessante per un dibattito anche sull'attualità, in riferimento alle celebrazioni del ventennale della caduta del muro di Berlino.
"Tutti ricordiamo con emozione quelle scene di gioiosa intraprendenza popolare, specie nei giovani, che dalle due parti della città - ossia da due nazioni allora diverse e nemiche, la Repubblica "Federale" e la Repubblica "Democratica" - con le mani nude, o con improvvisati strumenti di scasso, aprirono una breccia nella parete di cemento armato che li separava, e quella breccia divenne presto una voragine, finché nell'arco di qualche giorno del Muro non rimasero che falsi frammenti venduti sul mercato antiquario politico. E perché, dunque, quella indimenticabile fotografia di un evento epocale può evocare la guerra permanente, la disinformazione, l'ingiustizia che il mondo attuale vive? Come la gioia dei berlinesi, ricuperata l'unità della città dopo una pluridecennale separazione assurda e crudele, e, contemporaneamente, liberatisi da un regime oppressivo e perlopiù inefficiente come quello dell'Est, può essere all'origine di tanta nuova barbarie? Che nesso ci può essere tra Berlino e Abu Ghraib? Quale filo corre dal novembre 1989 al gennaio 1991 (Golfo), al maggio 1999 (Balcani), al settembre 2001 (Torri Gemelle e a seguire Afghanistan), al marzo 2003 (Iraq)...?"
"Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell'oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.
La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo, a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata.
La seconda comincia dal mio io invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l'intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria.
Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di natura animale che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto nell'universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale.
Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall'animalità e anche dall'intero mondo sensibile, almeno per quanto si può inferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all'infinito."
Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, 1788
Nel mondo nel 2009 siamo arrivati ad avere 1.02 miliardi di persone affamate. È la prima volta che accade dal 1970 e, mentre nel Vertice per la sicurezza alimentare di due anni fa i capi di Stato e di Governo avevano confermato l'obiettivo assunto con la Dichiarazione del Millennio di dimezzare il numero di chi ha fame entro il 2015, oggi l'obiettivo è definitivamente archiviato.
Anzi: persino nei Paesi ricchi registriamo un aumento degli affamati del 15,4% rispetto allo scorso anno. È il principale risultato contenuto nell'edizione 2009 dello Stato dell'insicurezza alimentare nel mondo (Sofi 2009) che lancia oggi alla vigilia della Giornata mondiale dell'alimentazione che si celebra domani. Che segnala un'amara sorpresa: percentualmente sono i Paesi ricchi ad aver visto il numero delle persone che hanno fame crescere di più, registrando un aumento del 15,4% e raggiungendo la quota assoluta di 15 milioni di affamati.
Il record negativo di insicurezza alimentare lo mantiene la regione Asia-Pacifico con 642 milioni di persone che hanno fame (+10,5%), seguita dall'Africa Subsahariana con 265 milioni (+11,8%), dall'America Latina con 53 milioni (+12,8%) e infine dal Nord ed est Africa con 42 milioni (+13,5%).
«Rispetto allo scorso anno oltre 100 milioni di donne, uomini e bambini in più, un sesto di tutta l'umanità hanno fame nel 2009 - scrivono nell'introduzione il direttore generale della FAO Jacques Diouf e la direttrice esecutiva del PAM Josette Sheeran, che per le Nazioni Unite -. La crisi dei prezzi delle materie prime alimentari del 2006-2008 ha portato fuori dalla portata del reddito di queste persone tutti gli alimenti di base e nonostante i ribassi alla fine del 2008 erano in media ancora del 17% più alti di due anni prima della crisi. Questo ha costretto molte famiglie povere a scegliere tra cure sanitarie, scuola e cibo».
Il messaggio lanciato al nuovo Vertice per la sicurezza alimentare vedrà i Capi di Stato e di Governo nuovamente a Roma dal 16 al 18 novembre prossimi è molto chiaro: c'è bisogno di una strategia a due tempi: un intervento d'emergenza, con voucher alimentari, aiuti e reti di sicurezza e welfare immediato, e a medio termine un vero programma di sostegno all'agricoltura contadina. «Nei tempi
di crisi passati si è sempre assistito a una riduzione degli interventi pubblici a sostegno dell'agricoltura. Ma l'unico strumento efficace per vincere la povertà - avvertono i due responsabili delle Nazioni Unite - è assicurarsi un settore agricolo in piena salute».
Personalmente nutro poca fiducia nei risultati dell'ennesimo vertice. E il neo-premio Nobel, cosa ne pensa?
Eccome se serviva una grande manifestazione a favore della libertà di stampa!